My Hero Academia: il plus ultra, il corpo fragile della società e la rivoluzione dell’identità
- Dario Codelupi
- 19 ore fa
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Quando nel 2014 Kohei Horikoshi pubblica il primo capitolo di My Hero Academia, il mondo degli shōnen[1] sembra avere già definito quasi tutte le sue coordinate: protagonisti determinati, rivali carismatici, grandi battaglie e una crescita personale costruita attraverso il superamento dei propri limiti. Eppure, My Hero Academia riesce progressivamente a spostare il centro della narrazione: non racconta soltanto la nascita di un eroe, ma mette in discussione il significato stesso di eroismo.
La vittoria della stagione finale come “Anime of the Year” ai Crunchyroll Anime Awards ha rappresentato il riconoscimento di un percorso narrativo durato quasi un decennio. Ma il valore dell’opera non risiede soltanto nella spettacolarità delle sue battaglie, bensì My Hero Academia è un testo di formazione che utilizza il lessico del supereroe per interrogarsi su concetti profondi di identità, esclusione, trauma e possibilità di trasformazione.
Al centro della storia c’è Izuku Midoriya, un ragazzo nato senza Quirk, cioè senza quella capacità o potere speciale che nella sua società rappresenta quasi una condizione naturale dell’esistenza. In un mondo dove quasi tutti possiedono un potere, non possederne uno significa essere percepiti come anormali. Il viaggio di Deku[2] nasce proprio da questa mancanza divenuta ferita profonda: dunque è la storia non tanto di chi possiede già qualcosa di straordinario, ma di chi deve costruirsi partendo da una posizione di marginalità.
Ed è qui che emerge uno dei temi più profondi dell’opera, infatti, l’eroismo coincide con la capacità di riconoscere l’altro. Deku diventa eroe nel momento in cui sceglie di intervenire per salvare qualcuno, ancora prima di avere la forza per farlo, rendendo di fatto, la sua prima vittoria più etica che fisica.

Un anime di formazione: crescere significa ridefinirsi
My Hero Academia è, prima di tutto, un romanzo di formazione animato. La classe 1-A della U.A[3]. non è soltanto un gruppo di giovani eroi stereotipati, ma è, soprattutto, una comunità di individui in costruzione. Ogni personaggio porta con sé una domanda esistenziale.
Bakugo deve confrontarsi con l’idea che la forza non coincida con il dominio sugli altri. Todoroki deve liberarsi dall’identità imposta dal padre e scegliere chi vuole essere oltre il proprio sangue. Ochaco Uraraka deve comprendere il valore delle proprie aspirazioni al di là del semplice desiderio di aiutare la famiglia. Momo Yaoyorozu affronta il tema della sicurezza personale e della fiducia nelle proprie capacità.
Horikoshi costruisce personaggi che non sono semplicemente etichettabili come “buoni” o “cattivi”, ma individui attraversati da contraddizioni. Il percorso di crescita è fatto di cadute, errori, paure e ripensamenti.
In questo senso, l’opera dialoga con una sensibilità contemporanea, dove, diventare adulti significa imparare a convivere con la complessità della propria identità e a cambiare per il proprio bene.
La dimensione queer: identità plus ultra
Una delle letture più interessanti di My Hero Academia riguarda la sua capacità di mettere in scena identità che sfuggono alle categorie rigide. Pur non essendo un’opera esplicitamente queer nel senso tradizionale del termine, il manga e l’anime costruiscono molti personaggi attraverso una riflessione sulla non conformità.
La società dei Quirk è una società che classifica continuamente gli individui, infatti, il potere determina il valore sociale dell’individuo, l’aspetto determina il modo in cui si viene percepiti, il proprio Quirk può diventare motivo di ammirazione oppure di esclusione.
Questo meccanismo è evidente nella storia di personaggi come Himiko Toga, una villain. Il suo Quirk, condizionato dal dover collezionare sangue delle persone o animali e potersi trasformare in loro, è strettamente collegato alla sua identità e al modo in cui gli altri hanno reagito a ciò che lei era. Toga rappresenta una domanda radicale: cosa accade quando una persona viene rifiutata così a lungo da trasformare il rifiuto in rabbia?
Anche Shigaraki Tomura può essere letto attraverso questa prospettiva. La sua trasformazione in villain nasce dall’abbandono, dall’incapacità della società di vedere un bambino in difficoltà, dunque, prima ancora di essere un antagonista, Shigaraki è una persona che nessuno ha salvato.
Il confine tra eroismo e villain diventa quindi meno netto, mostrando come alcuni personaggi non nascono “malvagi”, ma lo diventano a causa delle fratture della società.
Questa è una delle caratteristiche più vicine alla sensibilità queer dell’opera, ossia, l’idea che le identità siano processi in continua costruzione, spesso determinati anche dal modo in cui la società guarda e giudica gli individui.
Eroi e villain: la critica a una società fondata sulla performance
Il mondo di My Hero Academia sembra inizialmente una società ideale, dove, gli eroi professionisti proteggono i cittadini, i criminali vengono fermati e il bene sembra organizzato contro il male.
Ma Horikoshi mostra lentamente le crepe di questo sistema.
Gli eroi sono diventati anche figure pubbliche, celebrità, marchi commerciali. La società pretende da loro una performance continua. diventando simboli, immagini rassicuranti e strumenti di stabilità collettiva.
Il problema è che una società basata sull’immagine dell’eroe perfetto tende a nascondere tutto ciò che non rientra in quella narrazione.
I villain sono spesso il risultato di questa esclusione. L’“Unione dei Villain” raccoglie persone che sono state ignorate, rifiutate o considerate anomalie. Non significa giustificare le loro azioni, ma comprendere che il male, nell’universo di My Hero Academia, nasce da ferite sociali mai curate.
La domanda centrale evolve quindi in: una società può definirsi giusta se ha bisogno di creare degli esclusi per poter celebrare i propri eroi?
Il supereroe come responsabilità collettiva
Uno degli aspetti più maturi dell’opera è il superamento dell’idea dell’eroe solitario. Per molto tempo la cultura pop ha raccontato il salvatore come una figura eccezionale, qualcuno destinato a emergere dalla massa.
My Hero Academia propone l’idea di eroismo come pratica collettiva. Deku non è grande perché è il più forte, ma perché riesce a vedere le potenzialità degli altri. La sua vera capacità non è soltanto il “One For All”[4], ma anche la capacità empatica di comprendere il dolore altrui.
In questa prospettiva, anche il villain diventa un enigma da risolvere, poiché, non basta sconfiggere il nemico, ma bisogna chiedersi perché quel villain sia diventato tale.
Oltre il Plus Ultra
Il motto della U.A., “Plus Ultra”, rappresenta la tensione continua dell’opera di andare oltre i propri limiti, col profondo significato di superamento delle categorie che dividono le persone.
My Hero Academia racconta una generazione che eredita un mondo imperfetto e deve decidere se riprodurlo oppure cambiarlo. È un’opera che parla di giovani supereroi alla ricerca di un posto nel mondo.
Forse il vero potere dei suoi personaggi non è il Quirk che possiedono, ma la possibilità di immaginare una società diversa, dove nessuno debba diventare un villain semplicemente perché nessuno ha avuto il coraggio di ascoltarlo.
Ed è proprio qui che il viaggio di Deku supera il genere supereroistico: raccontando tanto come nasce il più forte degli eroi ma anche come una comunità può imparare finalmente a riconoscere l’umanità di chi aveva lasciato ai margini.
[1]Shōnen: è una forma narrativa del manga giapponese rivolta principalmente ai giovani lettori caratterizzata spesso da storie di crescita, superamento dei propri limiti, costruzione dell’identità e ricerca del proprio posto nel mondo. Pur essendo tradizionalmente associato a combattimenti, rivalità e percorsi eroici, lo shōnen contemporaneo ha ampliato i propri confini, diventando uno spazio di riflessione su temi sociali, morali ed esistenziali.
[2] Deku: Deku (出久/“Deku”) è il soprannome di Izuku Midoriya, protagonista di My Hero Academia. Il termine deriva da “deku” (木偶), parola giapponese che indica una marionetta di legno e, in senso figurato, una persona considerata incapace o priva di valore. Inizialmente usato come insulto per sottolineare la sua nascita senza Quirk, il nome viene progressivamente risemantizzato fino a diventare simbolo della sua crescita: da individuo percepito come “inutile” a eroe capace di superare i limiti imposti dalla società.
[3]U.A.: (雄英高校, Yūei Kōkō) è l’istituto superiore per la formazione degli eroi professionisti nell’universo di My Hero Academia. È la scuola più prestigiosa del Giappone per studenti dotati di Quirk e rappresenta il luogo in cui i giovani apprendono sia tecniche di combattimento e controllo dei propri poteri, sia il significato etico e sociale dell’essere eroi e, infine, sia le materia base di una scuola normale.
[4] One fo All: Il Quirk che Deku riceve nella serie.
