Il caso Pucci e il progetto culturale della destra
- Marco Antonio D'Aiutolo

- 1 giorno fa
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«La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa.» Con questo tono da assedio e il suo solito linguaggio divisivo, la presidente Giorgia Meloni ha deciso, in un post, di solidarizzare con Andrea Pucci, elevandolo nientemeno che al rango di “artista” perseguitato. Una scena che rasenta il grottesco: la leader di un governo che sforna decreti sicurezza liberticidi, si scopre paladina della libertà d’espressione solo perché un comico – o presunto tale – ha deciso di disertare il festival di Sanremo 2026. È chiaro l’intento: togliersi la classica pietruzza dalla scarpa e ribaltare una narrazione che la vede nel mirino per le sue politiche autoritarie.

Pucci, dal canto suo, dopo appena quarantotto ore di giubilo per l’annuncio della partecipazione, ha inscenato la ritirata. Ha parlato di insulti “incomprensibili e inaccettabili”, arrivando a sostenere che “nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più” e giurando di non aver “mai odiato nessuno”. Una conversione sulla via dell’Ariston che fa ridere, se si pensa alla facilità con cui lo stesso Pucci ha in passato vomitato insulti: dalle “zecche” agli elettori di sinistra, al bodyshaming contro Elly Schlein («dentista e orecchie no? Ridicola» solo per ricordarne uno), fino alle battute omofobe su Tommaso Zorzi, chiedendosi se il tampone Covid glielo facessero «nel cu**». Non proprio l’immagine del comico innocente travolto da un odio inspiegabile. Il vittimismo, del resto, è spesso l’ultima spiaggia di chi non accetta che a un’offesa si possa rispondere con la stessa moneta.
È triste, ma è così. E coloro, tra cui politici e giornalisti di destra, che si sono per anni presentati come combattenti di battaglie contro il politically correct, non possono ora gridare alla censura solo perché il politically incorrect gli si ritorce contro. Dovrebbero saperlo che le persone le offese e le umiliazioni non se le tengono sempre pacificamente, non se ne stanno buone e silenziose, non si lasciano ridurre a sudditi obbedienti. L’agenda morale dei sentimenti e dei risentimenti dei cittadini non la detta la politica. Il pubblico può forse ridere e applaudire a comando negli show, ma nella vita reale nessuno smette di indignarsi per decreto. Chi ha seminato vento raccoglie tempesta.
Inoltre, gli stessi che si ergono a difensori della libertà di espressione, hanno premura che questa difesa sia sia solo quella della loro esclusiva libertà. Nessuno infatti ha dimenticato le strilla moralistiche e scandalizzate degli esponenti di destra quando accusavano il palinsesto sanremese di una conduzione troppo queer, troppo inclusiva, troppo libera, si stracciavano le vesti per un bacio gay sul palco dell’Ariston e per lo “stop al genocidio” pronunciato da Ghali, che, tra l’altro, hanno invitato alle Olimpiadi 2026 solo per potersi vantare di essere loro quelli inclusivi, per poi però silenziarlo e ridimensionarlo con qualunque mezzo.
Il punto è che la sola idea di dare spazio a Pucci su una tv pubblica pagata dai contribuenti racconta la qualità culturale e ideologica del progetto politico che governa il Paese. Ci troviamo di fronte a un esecutivo che inasprisce le pene sul femminicidio, ma nega l’insegnamento sessuo-affettivo nelle scuole. Che malgrado le continue uccisioni di donne da parte dei loro partner, promuove una comicità costruita sullo svilimento delle donne nelle dinamiche di coppia, trasformate in caricature isteriche, con la voce deformata come la bambina de L’esorcista. Eh, ma è comicità, diranno. E allora a che serve esibire sulla stessa rete l’intervista alla campionessa Francesca Lollobrigida con il figlio in braccio per celebrare la forza sportiva delle donne e delle madri, se poi gli unici modelli comici proposti si riducono a Pucci? È questo il telemelonismo?
Ma Pucci è anticonformista! Ha aggiunto qualcuno. Niente affatto. Il repertorio di Pucci è perfettamente conforme all’idea di famiglia tradizionale che questa destra e Meloni hanno sempre difeso e difendono. Nel momento stesso in cui Pucci ironizza e finge di ridicolizzare i ruoli maschio-femmina all’interno della coppia, non sta facendo altro che confermarli, rendendo appetibile l’ideologia dominante a un pubblico compiacente. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek lo ha spiegato bene nel suo saggio, Benvenuti nel deserto del reale: «Questo è il modo in cui oggi “crediamo”: ci burliamo delle nostre credenze mentre continuiamo a praticarle, mentre cioè ci basiamo su di esse come la struttura sottostante delle nostre pratiche quotidiane […]. Quando crediamo di deridere l’ideologia dominante, stiamo semplicemente rafforzando la sua presa su di noi».
Ed è proprio questo il vero programma culturale della destra. Ma non fa ridere.





