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Levinas e l’inutilità della sofferenza

Nel 1971 il filosofo lituano Emmanuel Levinas pubblica Totalità e infinito. In quest’opera sono presenti quelle che, a mio avviso, si potrebbero considerare come alcune delle più belle pagine della storia del pensiero occidentale dedicate a una questione che sta a cuore a tutti: la felicità.

Emmanuel Levinas
Emmanuel Levinas - Bracha L. Ettinger, CC BY-SA 2.5, via Wikimedia Commons

 

La tesi di fondo di Levinas è la seguente: gli esseri umani sono al mondo per godere delle cose che questo mondo ha da offrire. Mangiare, dormire, lavorare non sono azioni che dobbiamo fare al semplice scopo di rimanere in vita. No, non si tratta di sopravvivere alla vita, ma di vivere la vita. Le nostre attività, le cose che incontriamo sul nostro cammino, sono sempre più dello stretto necessario, poiché esse riempiono di valore la vita. La vita è, dunque, amore per la vita e l’uomo, proprio perché è in vita, si trova da sempre invischiato nella felicità.

 

Ora, se vivere significa essere alla continua ricerca del godimento, in che modo deve essere considerata la sofferenza? La sofferenza esiste, questo è innegabile. Essa è, come alcuni potrebbero pensare, il “giusto” prezzo da pagare per raggiungere la felicità? Secondo Levinas no, la sofferenza non fa parte, o meglio non dovrebbe far parte, del processo che ci porta al raggiungimento della felicità. La sofferenza è, infatti, fondamentalmente inutile.

 

Questa è la tesi esposta nel saggio del 1982 che si intitola proprio La sofferenza inutile. Qui Levinas si chiede come è possibile sostenere, dopo tutti gli orrori del XX secolo (l’olocausto in primis, ma il filosofo cita anche la bomba atomica su Hiroshima, i totalitarismi, il genocidio cambogiano), che il dolore umano sia in ogni caso giustificabile. Gli eventi del XX secolo impongono, infatti, la “fine” della teodicea, ovvero la fine di quell’orientamento di pensiero che ha animato l’uomo occidentale per secoli (derivante, naturalmente, dalla Teodicea leibniziana, in cui il male è ripensato come una conseguenza necessaria connessa alla creazione divina del “migliore dei mondi possibili”) e che lo ha portato a “farsene una ragione”, a considerare il dolore come un piccolo punto nel ben più grande progetto voluto da Dio. Levinas dice, invece, che l’uomo non può, e non deve, trovare nella sofferenza umana alcun principio razionale.

 

La fine della teodicea decretata dalla storia del XX secolo rivela anche, in maniera più generale, il carattere ingiustificabile della sofferenza dell’altro uomo, lo “scandalo” che deriverebbe se giustificassi la sofferenza del mio prossimo. Levinas arriva a sostenere che la giustificazione del dolore del prossimo è di fatto la sorgente di ogni immoralità. Ed è a partire da questa consapevolezza che dovremmo ripensare la questione della sofferenza. La mia sofferenza è inutile, priva di senso. Diversa è invece la mia sofferenza per l’insensata sofferenza dell’altro, che diventa nella filosofia levinassiana il nodo stesso della soggettività umana al punto di trovarsi elevata a supremo principio etico.

 

Consapevole che vivere significa godere delle cose del mondo e che il dolore non si spiega mai in maniera razionale, l’uomo deve cercare in tutti i modi di opporsi alla sofferenza altrui. Si tratta della cosiddetta «prospettiva interumana», prospettiva che consiste in una non-indifferenza degli uni verso gli altri, in una responsabilità degli uni per gli altri disinteressata, priva di reciprocità: rispondere al grido d’aiuto che proviene dall’altro senza preoccuparsi di ciò che l’altro potrebbe, o dovrebbe, fare per me.

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