Le lingue che non fanno rumore
Non faccio la linguista di professione, purtroppo, ma la linguistica è il mio grande amore. Quando ho iniziato a studiarla, credevo fosse una materia innocua; ci ho messo poco a capire che le parole, al contrario, sono capacissime di mettere nei guai intere civiltà.

A un certo punto della mia vita, per una serie di vicissitudini che qui non interessano a nessuno ma che hanno avuto il merito di farmi inciampare nella direzione giusta, mi sono affacciata alla LIS, la Lingua dei Segni Italiana. Ho cominciato con un corso base, poi sono arrivati altri corsi, fino a ritrovarmi, dopo tre anni di formazione e due anni di corso per interpreti, a guardare le mani delle persone con la stessa attenzione con cui prima ascoltavo le parole.
È stato, per usare un'espressione scientificamente rigorosa, un colpo di fulmine.
La cosa piuttosto imbarazzante è che, nonostante i miei studi di linguistica, prima della LIS non avevo mai riflettuto davvero sul fatto che una lingua potesse non avere bisogno della voce. E intendiamoci: che le mani 'parlino' noi italiani lo sappiamo meglio di chiunque altro. Ma tra il gesticolare d'accento e una vera architettura linguistica c'è un abisso. Avevo studiato fonemi, morfemi, sintassi, semantica; sapevo perfettamente che le lingue possono essere diversissime tra loro, purché, evidentemente, appartenessero tutte alla stessa famiglia: quella delle cose che fanno rumore.
Poi sono arrivate le mani a complicare elegantemente la faccenda.
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Il 23 settembre celebriamo la Giornata Internazionale delle Lingue dei Segni e, per l'occasione, faremo quello che facciamo benissimo con le ricorrenze: ci ricorderemo per un giorno di qualcosa che il resto dell'anno tendiamo a considerare un dettaglio.
Compariranno mani sui social, qualche alfabeto manuale, qualche frase sulla bellezza della comunicazione e, prima o poi, qualcuno dirà che «i sordi fanno dei gesti».
NO, segnano.
La differenza non è sottile come potrebbe sembrare. Un gesto può essere un'alzata di spalle, un cenno, un saluto, un dito medio — che, peraltro, è una forma di comunicazione sorprendentemente efficace e che non richiede cinque anni di corso interpreti. Un segno appartiene invece a una lingua, ha una struttura, entra in una frase, cambia significato a seconda del contesto, può raccontare, interrogare, negare, ironizzare, sedurre e persino dire cose che sarebbe meglio non riferire in presenza della nonna.
È una lingua.
Solo che non fa rumore.
Forse è proprio questo che ci mette in difficoltà. Siamo così abituati a identificare la lingua con la voce che, quando una lingua passa attraverso gli occhi anziché attraverso le orecchie, ci sembra improvvisamente necessario aggiungere una spiegazione.
E allora inventiamo formule curiose.
Per esempio, «sordomuto».
Che sarebbe un po' come chiamare un italiano «incapace di parlare francese» solo perché non lo parla. La sordità e la capacità di parlare non sono la stessa cosa, ma noi abbiamo avuto per molto tempo una tale fiducia nell'idea che la voce fosse la misura dell'intelligenza da riuscire a metterle insieme nella stessa parola.
Poi abbiamo fatto un passo avanti e abbiamo inventato «non udente».
Una definizione apparentemente più delicata, che ha però il curioso effetto di descrivere una persona attraverso qualcosa che non fa, invece di chiamarla per quello che è. Le persone sorde preferiscono semplicemente essere chiamate sorde.
Sembra una rivoluzione linguistica, non lo è. È solo il nome giusto.
La vera rivoluzione sarebbe smettere di trattare la LIS come un accessorio a gettone, da tirare fuori solo nelle occasioni ufficiali. A scuola l'accesso alla comunicazione dipende troppo spesso dal monte ore dell'assistente; in tv compare a macchia di leopardo; negli eventi pubblici l'interprete ha spesso lo stesso statuto dell'ombrello: indispensabile soltanto quando ci si ricorda che potrebbe piovere.
Il paradosso è proprio questo: celebriamo una lingua un giorno all'anno, ma per i restanti 364 la trattiamo come un servizio di cortesia. Come se l'italiano, per essere parlato, dovesse ogni volta chiedere il permesso alla direzione dell'evento.
La LIS mi ha ricordato una cosa fondamentale, che chiunque ami le lingue dovrebbe tenere a mente: una lingua non appartiene alla bocca. Non appartiene alle orecchie, e nemmeno alle parole per come siamo abituati a pensarle. Appartiene alle persone che la usano per abitare il mondo.
Le mani possono fare di tutto: salutare, accarezzare, prendere, lasciare andare. E sì, possono anche parlare.




