top of page

La resa dei conti contro l’indipendenza della magistratura

Sarebbe ora di smettere di parlare di referendum sulla separazione delle carriere, perché il succo della questione, ciò che è veramente in gioco, è l’indipendenza della magistratura.

Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons
Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

Sul tema della separazione delle carriere mi sono già espresso in passato (vedi quest’articolo) sostenendo che un procuratore o pubblico ministero che sia giudice e non avvocato dell’accusa sia una garanzia per i cittadini sottoposti a provvedimenti giudiziari. Chiaramente con questo referendum l’obiettivo è una separazione più netta dei percorsi di accesso alla carriera giudiziaria. Ora il percorso è comune tra magistratura giudicante e requirente, la divisione dei ruoli avviene con l’insediamento. Si vuole intervenire dividendo i percorsi formativi prima che i candidati entrino effettivamente in magistratura. La legge attuale già limita notevolmente la possibilità di cambiare funzione nel corso della propria carriera. Si può farlo una volta sola e cambiando regione in cui si esercita la professione.

 

Quindi le carriere sono già divise di fatto. Al limite è inquietante come il ministro della giustizia insista nel promuovere la figura del pm come un avvocato dell’accusa che, una volta tolta l’obbligatorietà dell’azione penale e stabiliti dal parlamento (meglio sarebbe dire dal governo di cui ormai il parlamento è totalmente dipendente e ancillare) i reati prioritari da perseguire, diventerà una figura solidale con la politica o con i ministeri dell’interno e della giustizia. Questo non è scritto nella riforma, ma diverrebbe possibile con la vittoria del Sì.

 

Ma il succo della questione non è la separazione delle carriere, piuttosto è la divisione del CSM, organo di autogoverno della magistratura e la sua subordinazione al potere politico. Il CSM è stato istituito dai costituenti proprio per preservare l’indipendenza della magistratura dal potere politico dopo il ventennio fascista. Senza soffermarmi sui dettagli tecnici di questa suddivisione, balza all’occhio la moltiplicazione delle poltrone e delle sedi istituzionali che non si capisce come possano contribuire a rendere più efficiente la giustizia.

 

La novità più evidente di questo processo di modifica costituzionale è che i magistrati che faranno parte di questi organi saranno sorteggiati con l’unico criterio di una quantità minima di esperienza. Per il resto il sorteggio selezionerà a caso i nuovi membri togati del CSM. Per quel che riguarda i membri politici, saranno sorteggiati anch’essi, ma da un listino prestabilito. È evidente che in questo modo c’è il serio pericolo che la parte di nomina politica del CSM estratta con un finto sorteggio tenda a prevalere e a condizionare la parte sorteggiata a caso tra i membri togati.

 

Dipendenza dei pubblici ministeri e delle procure dal potere esecutivo e loro trasformazione in avvocati dell’accusa e subordinazione del CSM all’influenza del potere politico non sono conseguenze necessarie dell’esito del referendum se dovesse vincere il Sì. Non si tratta di esiti certi, dipenderà anche e soprattutto dai Decreti Attuativi che seguiranno alla modifica costituzionale. Le parole dei membri del governo non lasciano grandi margini di interpretazione sulle loro reali intenzioni. Gli attacchi espliciti e anche violenti alle prerogative dei magistrati sono all’ordine del giorno in questa campagna elettorale.

 

È vero che l’indipendenza della magistratura non è necessariamente in pericolo in caso andasse in porto la modifica costituzionale, ma il rischio c’è e riguarda il funzionamento della nostra democrazia non solo della magistratura. Ed è un rischio che non vale la pena di correre.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
bottom of page