La famiglia nel bosco: come si esce dal sistema?
- Viviana Laperchia

- 6 ore fa
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‘Non riesce a concentrarsi’ mi dice la maestra.
Non è una diagnosi. Quella me l’ha data il medico. E non è certo una soluzione. Quella sarebbe troppo audace. Cambiare il sistema scolastico non è solo inventarsi nuovi cicli con nomi diversi. La scuola deve essere diversa. Non “per diversi” come quelle qui in Germania. Una scuola inclusiva dove mio figlio neurodivergente non sia il problema e la sua condizione sia un talento da esplorare, non una deviazione da correggere.
Continuo a mandare mio figlio alla scuola pubblica perché credo nelle sue capacità ma ho perso la fiducia nella scuola nel suo stato attuale. Vedo con sofferenza con quanta fatica sistema fotocopie svolazzanti nel raccoglitore. Osservo con rassegnazione libri di testo privi di stimoli visivi su cui si accascia sopraffatto dall’ansia del domani. Il problema sembra essere lui, non il sistema.
‘Non riesce a concentrarsi’ mi dice la maestra. Nemmeno io. Penso alla famiglia nel bosco. Cosa li avrà spinti ad allontanarsi da questo sistema?
Sono sempre stata anche io una “fuori dal gruppo”. A 30 anni ero l’unica a piangere nei bagni dell’azienda perché non ne condividevo l’etica. Da un lato mandavo avanti un progetto di pesticidi biologici in Africa, dall’altro l’azienda firmava una partnership con un grosso conglomerato chimico-industriale. Nella seconda azienda tech ci ha pensato l’ospedale a farmi capire che non potevo più lavorare lì. Da un lato cercavo di posizionare la sostenibilità ambientale del prodotto, dall’altro lo stesso veniva spinto nell’industria petrolifera.
È proprio in quel momento che ho capito che non c’è via di fuga dal capitalismo e da tutte le sue diramazioni nella società. Forse perché mio padre è morto di amianto. Forse perché ingeriamo una carta di credito di microplastiche a settimana. Io la famiglia nel bosco la capisco. Quel volere a tutti i costi tagliare i ponti con un sistema globale che inquina l’ambiente, che ti rende schiavo del consumismo e che vuole i bambini seduti ai banchi di scuola invece che nella natura a scoprire le cose.
Nell’uragano mediatico che ha avvolto la vicenda della famiglia Palmoli c’è forse una verità nascosta: l’anarchia e l’isolamento totale non possono di fatto essere la soluzione, ma creare una realtà alternativa non è un’utopia. Lo abbiamo visto con la nascita delle criptovalute nel 2009, nei i movimenti BDS (boycott, divest, sanction) contro app e beni di consumo legati a Israele, nelle lettere di dimissioni di co-fondatori e ingegneri di alto livello di piattaforme AI e infine nelle proposte di anarchia costituzionalizzata (quindi autoregolata) dei ricercatori Alex Prichard and Ruth Kinna.
La differenza tra questi esempi e la scelta radicale della famiglia del bosco sta forse nella forma: la famiglia Palmoli ha espresso un’esigenza di rottura individualista, sebbene il vivere off-grid sia un esperimento collettivo già diffuso negli anni ‘60 come “eco-anarchismo” dove però sono gruppi di comunità a organizzarsi nel bosco, non il singolo nucleo famigliare.
A esasperare maggiormente il dramma di una famiglia che viene lentamente sradicata e sfasciata è lo sfondo politico in cui questo avviene. Da un lato la vicenda viene ridotta a strumento propagandistico da quelli che difendono i valori tradizionali (quindi cercano consenso popolare) e attaccano la magistratura (per ulteriori scopi politici). All’altro estremo si collocano quelli che difendono giustamente i diritti dei minori all’istruzione, all’igiene, alla salute, ma che non hanno certezza assoluta sul livello di degrado, sul gap cognitivo e sullo stato psicofisico dei bambini. Resta poi la dissonanza cognitiva dell’accanimento di una certa fetta della popolazione per la tutela dei minori, purché bianchi, ma una totale mancanza di empatia verso famiglie di immigrati che dovrebbero avere accesso agli stessi diritti se non maggiore assistenza.
Possiamo quindi solo affidarci alla decisione dello Stato, che dopo aver cercato invano di mediare la situazione, ha deciso di applicare la legge nella sua forma più rigida. Rimuovere la madre.
Ripenso a mio figlio, a quello che dice la maestra, a quello che mi dicevano in azienda, a quello che comporta essere, o persino, tirarsi fuori dal gruppo. Io che sono stata abituata a mettere in dubbio il potere. Io, che vengo da una città dove lo stato, proprietario di un’acciaieria altamente inquinante, non protegge i bambini dal cancro nel quartiere Tamburi. Io, che vivendo in Canada ho scoperto comunità indigene che vivono di tradizioni ancestrali nel mezzo del nulla. Io, che ho due figli in una scuola tedesca paralizzata davanti alla neurodiversità. Io so che conformarsi al sistema non è più sostenibile.
Qualcosa deve cambiare, a partire dalla scuola dove accettare e includere la neurodivergenza significa contemplare la possibilità che esista una strada alternativa, una logica diversa. Forse una via d’uscita dal sistema, senza doversi isolare dal resto del mondo.
Era questo il loro obiettivo? Osservo la vicenda della famiglia nel bosco da Berlino, tra diagnosi, guerre, cambiamento climatico, minaccia del nucleare e ripristino della leva, e cerco di capire se riusciamo a vedere il bosco per gli alberi.




