Se ogni essere umano è unico e irripetibile, perché inseguiamo la normalità?
- Linda Bonucci

- 6 giorni fa
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Ultimamente, a scuola, mi capita di osservare un fenomeno che mi lascia perplessa, ovvero l’attribuzione di diagnosi di autismo a ragazzi che, dal mio punto di vista, sono in realtà, semplicemente, dotati di personalità forti e/o hanno tratti eccentrici.

Mia nonna usava il termine “originali” per definire una specifica categoria di individui, socialmente integrati, ma un po’ rigidi nelle loro idee, con abitudini e ritualità quotidiane difficili da modificare. Ecco, quello che, ai tempi di mia nonna, era accolto e descritto come un aspetto particolare della personalità, nella società, a mio avviso, per diversi aspetti, molto più omologante di oggi, implica un’etichetta medica di ambito neuropsichiatrico.
Ovviamente, non intendo sminuire le oggettive problematiche delle neurodivergenze, ma solo sollevare una perplessità: se, in alcune classi, arriviamo ad avere oltre metà degli studenti con una diagnosi di neurodivergenza, forse è il caso che ci interroghiamo sul concetto di “normalità”.
Come insegnanti, ci prodighiamo a stendere Piani di Lavoro Personalizzati per un numero elevatissimo di ragazzi, per cui prevediamo misure adattative: per me è d’uopo che ci si chieda se non sia la Scuola a essere inadatta…
Dal mio punto di vista di docente e di madre, se la Scuola facesse ricorso a una didattica diversa, per esempio utilizzando sistematicamente canali d’apprendimento alternativi e complementari alla lettoscrittura e non obbligando bambini anche molto piccoli a stare seduti per lunghissime ore a fare cose per loro noiosissime e che, per di più, vengono continuamente valutate dai grandi secondo una scala gerarchica, se fossimo, insomma, più attenti a ciò di cui i ragazzini hanno necessità, probabilmente le diagnosi si ridurrebbero drasticamente: individuerebbero unicamente le persone effettivamente bisognose di supporto neuropsichiatrico, permettendo di concentrare risorse su di loro.
Lego strettamente il tema della diagnosi alla scuola, perché, in effetti, è spesso dalla scuola che partono gli iter diagnostici, non solo per i disturbi legati all’apprendimento, ma per le neurodivergenze in generale.
Durante le vacanze di Natale, ho finalmente trovato il tempo di visitare una mostra temporanea allestita alla Gamec, la galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo: quella dell’Atelier dell’Errore (AdE).
Si tratta di un collettivo composto da dodici artisti, tutti neurodivergenti: il nome, Atelier dell’Errore, deriva da un principio-guida dello studio d’arte, ovvero che nulla viene mai cancellato nel processo artistico, salvaguardando e innescando il potenziale trasformativo e metamorfico insito in ogni cosiddetto “errore”.
In effetti, ciò che mi colpisce nelle opere dell’AdE è l’originalità dell’espressione, particolarmente libera e disinibita: gli artisti vi raccontano, collettivamente, se stessi, esprimendo emozioni e pulsioni, attraverso immagini a mio avviso altamente suggestive.
Per esempio, in Hyper Sexy Aphrodite, la dea dell’amore viene rappresentata al di fuori di qualunque canone estetico tradizionale: polimorfa e autoerotica … sensuale e ribelle, secondo le pulsioni liberamente espresse degli artisti.
Mi è piaciuta molto la decorazione realizzata per una stanza di palazzo Nuñez-Torlonia a Roma: si tratta di un fregio di ventidue metri che raffigura otto creature insettiformi. Esse danno forma alle inquietudini degli artisti che immaginano, o profetizzano, dopo la prossima scomparsa dell’umanità, a causa delle radiazioni atomiche, l’evoluzione smisurata di insetti elefantiaci capaci di riprodursi come mammiferi. Alla Gamec ho visto esposto, per esempio, lo studio preparatorio di uno di questi “insettoni”, Idolone Lanternorato, un idolo d’oro, suggestivo anche perché contiene in sé l’idea della sopravvivenza, della rinascita: la principessa cui appartiene palazzo, ha infatti raccontato agli artisti di aver trovato, dopo l’incendio che devastò la sua proprietà, tra le ceneri, piccole sfere dorate che derivavano dalle decorazioni a foglia d’oro dei soffitti.
Del resto, l’idea della resilienza è presente alla radice della poetica dell’AdE. Anche nella creazione della vela dell’Edipo-re, imbarcazione appartenuta a Pasolini e su cui venne ospitata Maria Callas durante le riprese di Medea, i giovani artisti hanno deciso di ispirarsi a una precisa fase della storia del peschereccio, che, con il nome di Rapido, permise a moltissime persone di lasciare clandestinamente l’Istria per raggiungere l’Italia negli anni dell’esodo: anche in questa vicenda, il limite non è solo ostacolo, ma diventa sfida, genera novità.
Ecco, mi piace molto l’idea della valorizzazione dell’errore, inteso come “scarto”, divergenza dalla norma: errare significa procedere al di fuori degli itinerari prestabiliti e l’errore può, per questo, produrre bellezza o ricchezza.
Accogliere le persone, allora, per come sono, senza la necessità di etichettarle secondo parametri neuropsichiatri, salvo che quando sia strettamente necessario, non sarebbe saggio, oltre che rispettoso della multiforme e inafferrabile natura umana? In altre parole, invece di promuovere la cultura della catalogazione, potremmo semplicemente prendere atto dell’originalità e dell’unicità di ogni essere umano.





