La Befana non è nata fascista. E non è mai stata innocua
- Marco Antonio D'Aiutolo

- 5 gen
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“L’Epifania tutte le feste porta via”.
È una frase che suona come una resa: finisce la luce, finiscono i canti, finisce la sospensione dell’infanzia. La Befana arriva quando la magia è già stanca, quando l’incanto si è incrinato. Non consola: chiude. Non promette: misura. Forse è per questo che, più di Babbo Natale, ci mette a disagio.
Ridotta oggi a figurina folkloristica o, peggio, ricordata quasi esclusivamente per l’uso propagandistico che ne fece il fascismo, la Befana è diventata un mito impoverito. Ma la sua forza non sta nell’essere stata strumentalizzata: sta nell’essere una figura di confine, antica e scomoda, che attraversa secoli senza mai diventare del tutto addomesticabile.
Prima del cristianesimo, la Befana era il resto di un rito agricolo: la personificazione dell’anno vecchio che muore perché il nuovo possa nascere. Una donna anziana, segnata dal tempo, che porta con sé cenere, carbone, fuoco. Non punizione, ma trasformazione. Bruciare per lasciare spazio. Morire per permettere il ritorno della vita. In questo senso, la sua bruttezza non è degrado: è verità. È il volto del tempo che non si trucca.
Il cristianesimo non cancella questa figura, la ingloba. L’Epifania diventa il giorno della rivelazione, ma non ai potenti. A riconoscere il sacro sono stranieri, viaggiatori, uomini che arrivano da lontano seguendo una stella. I Magi non sono i primi, sono quelli che arrivano dopo, che cercano senza garanzie. La Befana, nella tradizione popolare, è colei che arriva tardi, che perde l’occasione, ma continua comunque a cercare. Non smette di camminare. Non smette di bussare.
Dolci e carbone, allora, non sono un premio e una punizione nel senso moderno. Sono memoria. Sono il bilancio dell’anno che si chiude. Il carbone è ciò che resta del fuoco: traccia di ciò che ha scaldato e consumato. È giudizio, sì, ma non moraleggiante. È constatazione.
Ed è qui che la Befana diventa davvero disturbante per il presente.
Perché è una donna anziana, sola, non seduttiva, non materna nel senso rassicurante del termine. Non accoglie: osserva. Non promette felicità: consegna ciò che resta. In una cultura che teme la vecchiaia, che rimuove i corpi non produttivi e ridicolizza la potenza femminile quando non è giovane o desiderabile, la Befana viene trasformata in caricatura. Una strega buffa, una maschera per bambini, qualcosa da consumare e archiviare.
Il fascismo ha sfruttato questa figura, certo: l’ha svuotata del suo lato ambiguo e l’ha resa strumento di consenso, di ordine, di paternalismo. Ma ridurre la Befana solo a quell’uso significa fare, oggi, un’operazione simile: neutralizzarla. Renderla innocua. Togliere il disagio che porta con sé.
E invece la Befana ci chiede ancora qualcosa di scomodo: guardare ciò che finisce, accettare il tempo che passa, riconoscere che non ogni dono è dolce, che non ogni rivelazione consola. L’Epifania non è una festa della luce piena: è una luce che arriva quando le ombre sono già tornate.
Forse per questo, quando tutte le feste se ne vanno, lei resta.
Non per intrattenerci.
Ma per ricordarci che ogni inizio passa, inevitabilmente, da una fine.





