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Gli affari della politica: la lezione del «Canto di Natale»

«I miei affari dovevano essere l’umanità. Il benessere generale; carità, compassione, sopportazione, benevolenza erano i miei affari.» Con queste parole il fantasma di Jacob Marley, nel «Canto di Natale» di Charles Dickens (1843), si presenta la notte della vigilia — incatenato a casseforti e libri mastri — al suo ex socio Ebenezer Scrooge. Lo avverte della visita di tre Spiriti e del destino che lo attenderebbe qualora dovesse perseverare nella sua condotta cinica e avara: rendersi responsabile delle sofferenze altrui, della morte di un innocente e della sua stessa morte, priva di affetti e in completa solitudine. 

Immagine generata con AI
Immagine generata con AI

Seppur non si consideri il «Canto di Natale» un’opera socialista — dato che il Manifesto del Partito Comunista sarebbe stato pubblicato solo cinque anni più tardi e che una simile interpretazione ridurrebbe Scrooge a una mera caricatura del capitalista — non si può escludere che gli «affari» di cui si parla offrano le basi per un’autentica giustizia sociale che sia completamente opposta e contrapposta al modello capitalista.

 

Si potrebbe tentare un’assoluzione e parlare di capitalismo buono, obiettando che, se Scrooge non avesse accumulato ricchezze, non avrebbe potuto essere solidale dopo la sua conversione. Ma questa visione tradisce il senso del racconto: gli Spiriti mostrano a Scrooge che il fallimento della sua esistenza dipende dall’aver reso il profitto l'unica ragione di vita e l’unico criterio di valutazione, trasformando la ricchezza in un fine in sé a scapito dei bisogni sociali; che solo la totale rinuncia ad accumulare capitale e mettendo in comune con gli altri le proprie risorse, potrà riscattarlo. Altro che capitalismo buono! Qui viene meno ogni concezione di capitalismo. Un capitalista convertito, non è più capitalista.

 

Sono dell’avviso, quindi, che seguendo criteri offerti dagli Spiriti, sia possibile mostrare le conseguenze sociali di una linea politica che, assumendo l’accumulo del capitale e il libero mercato come modelli unici e inevitabili, rinuncia al proprio compito più autentico. In base a questa linea, non mi sorprenderei se, alle legittime richieste di un giorno libero e retribuito per il Natale, un moderno Bob Cratchit, (l’impiegato sottopagato di Scrooge), che magari lavora al supermercato, si sentisse rispondere: «Sei solo un povero comunista inutile».

 

È questa, in effetti, la concezione che Scrooge ha dei poveri: inutili perdigiorno che approfittano delle festività per mettere le mani nelle tasche dei «galantuomini», e il cui destino è finire in carcere o in ospizio. Tale fraseologia, oggi molto abusata da certi esponenti politici, diviene azione attraverso un populismo penale che affronta il disagio sociale solo con l’inasprimento delle pene. Emblematico è anche l’atteggiamento di Scrooge verso i bambini: quando uno di loro intona un canto natalizio, egli impugna il righello con tale energia da metterlo in fuga. È difficile non cogliere analogie con una politica dal pugno di ferro verso i minori migranti, i giovani che manifestano e vengono repressi non certo a colpi di «righello» negli spazi pubblici, nelle scuole, o ancora nella negazione di diritti alle famiglie arcobaleno.

 

Sul fronte del lavoro, Scrooge non vorrebbe negare a Cratchit solo il riposo, ma persino decurtargli lo stipendio, già miserabile, col ricatto del licenziamento. Sono le stesse logiche di chi oggi rifiuta il salario minimo — travisandolo come un livellamento verso il basso anziché come una soglia minima di dignità — o il reddito di cittadinanza alle famiglie povere. Se è vero, dunque, che Scrooge non è la caricatura del capitalista, di sicuro certi politici e capitalisti sono una caricatura di Scrooge.

 

Tuttavia, le «ombre» mostrate dagli Spiriti, proprio perché «ombre», non sono un esito inevitabile, ma contengono una possibilità di riscatto. Quando lo Spirito del Natale Presente mostra i Cratchit e il loro desiderio di servire a tavola un tacchino, non per vezzo, ma per celebrare la festa secondo i propri valori, e il loro desiderio di una vita decorosa e di cure mediche per il piccolo Tim, sta rivelando implicitamente a Scrooge come intervenire: non solo con un giusto salario, ma mettendo a disposizione le proprie risorse economiche.

 

Tuttavia basta fare affidamento sulla spontanea generosità dei ricchi o su una possibile conversione. Il dovere di una politica matura e sana deve essere quello di garantire ciò che l’economista Amartya Sen definisce «capacitazioni»: libertà sostanziali che permettano alle persone di realizzare ciò a cui danno valore, garantendo diritti reali di accesso alle risorse e libertà da ogni discriminazione. Occorre pertanto un’azione politica coraggiosa che imponga il salario minimo, un’equa redistribuzione e una tassazione progressiva.

 

Come osserva Guido Alfani, su Repubblica 13/12/23, la riduzione del prelievo fiscale ha senso solo se compatibile con servizi adeguati, tra cui un sistema sanitario funzionante. Tuttavia questa strategia «non ha la stessa funzione sociale di un aumento, anche temporaneo, del contributo richiesto ai ricchi». La storia insegna che, quando questi sono stati percepiti come insensibili, «la società gli si è rivoltata contro»: parole che riecheggiano l’esito di Scrooge qualora non cambiasse rotta.

 

In sintesi, il racconto natalizio di Dickens ci insegna che il modello economico-capitalista e il libero mercato sono solo «ombre» — prodotti umani criticabili e non inevitabili — e che solo una politica coraggiosa che li superi può realizzare la giustizia sociale. A meno che non si voglia vivere, come ammonisce lo Spirito del Natale Presente, dichiarando «di conoscerci» ma compiendo atti di «passione, orgoglio, malevolenza, odio, invidia, intolleranza ed egoismo in nome nostro».

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