top of page

Perché il Grinch ci insegna a guardare meglio gli altri?

Ci sono trasformazioni che si vedono subito e altre che richiedono tempo, attenzione e onestà. Il Natale promette entrambe, ma mantiene quasi sempre solo le prime: corpi appesantiti, ritmi alterati, abitudini sospese, una stanchezza che arriva quando le luci restano accese più a lungo del necessario. Accanto a queste tracce evidenti, se ne manifesta spesso un’altra, meno dichiarata: una malinconia sottile, talvolta un senso di solitudine che la retorica della festa non riesce a cancellare. Spente le luci e svanito il chiasso, resta il dubbio che ciò che avrebbe dovuto trasformare il nostro modo di stare con gli altri si sia consumato senza lasciare segni.

 

È forse anche da questa esperienza ambigua del Natale — insieme euforica e malinconica — che nasce la simpatia contemporanea per il Grinch.

Immagine generata con AI
Immagine generata con AI

Fino a circa un anno fa, sui social circolava con insistenza un meme che lo assolveva, sostenendo che egli non odiasse il Natale, ma l’ipocrisia della gente. Una lettura emotivamente comprensibile, capace di intercettare il disagio di chi percepisce la festa come una messa in scena che amplifica la distanza tra ciò che si mostra e ciò che si prova. Comprenderne l’origine, tuttavia, non significa assumerla come interpretazione corretta del racconto.

 

Se il Grinch fosse davvero il lucido smascheratore dell’ipocrisia altrui, non si spiegherebbe innanzitutto la reazione che mette in atto: distruggere il Natale, privare gli altri di ciò che amano, punirli collettivamente. È una risposta sproporzionata, tutt’altro che sana, che tradisce non una posizione critica, ma una visione irrigidita e ostile. Né si comprenderebbe il ricorso al travestimento da Babbo Natale, che lo trasforma paradossalmente in ciò che egli stesso accusa negli altri: qualcuno che indossa una maschera. Soprattutto, se il meme avesse ragione, resterebbe inspiegabile il cambiamento finale del Grinch. Non avrebbe nulla da imparare, nessuna convinzione da rivedere, nessun errore da riconoscere.

 

L’ideatore del personaggio, Dr. Seuss (Theodor Seuss Geisel), racconta infatti tutt’altro. Il Grinch non rifiuta il Natale perché abbia colto una verità scomoda sull’ipocrisia altrui, ma perché ha trasformato la propria esperienza di solitudine e distanza in una spiegazione totale del mondo. La sua ostilità nasce da una distorsione interpretativa che oggi potremmo chiamare bias cognitivo: una lente che gli fa leggere ogni gesto di gioia come falso e ogni rituale come puro consumo. In questo slittamento, la ferita diventa giudizio e il sospetto si irrigidisce in condanna.

 

Per comprendere come sia possibile uscire da una simile prigione mentale, è utile richiamare l’analisi di Iris Murdoch. In Esistenzialisti e mistici, la filosofa sostiene che il cambiamento morale avviene anzitutto a livello dello sguardo. Il suo celebre esempio è quello di una suocera che giudica la nuora volgare, superficiale e maleducata. Esteriormente la donna si comporta in modo corretto e rispettoso, ma interiormente coltiva un’immagine svalutante dell’altra.

 

Nel tempo, senza che nulla di esterno la costringa, la suocera decide di interrogare il proprio giudizio. Attraverso un lavoro di attenzione e immaginazione, comincia a riconsiderare i gesti della nuora: ciò che prima appariva come rozzezza le si mostra come spontaneità, ciò che sembrava superficialità come semplicità. Non è la nuora a cambiare, ma il modo in cui viene vista. Il mutamento morale consiste precisamente in questo: una correzione dello sguardo che restituisce all’altro una maggiore realtà, senza richiedere, almeno inizialmente, un cambiamento nelle azioni.

 

Il Grinch, a differenza della suocera di Murdoch, esternalizza la propria distorsione in comportamenti distruttivi. Tuttavia, il nodo è lo stesso: una visione limitata che deve essere corretta. Per chiarire che cosa renda possibile questa correzione, il contributo di Carla Bagnoli è decisivo. In L’autorità della morale, la filosofa rilegge l’esempio di Murdoch mostrando che il cambiamento morale non consiste semplicemente nel modificare i fini dell’azione, né nel passare da una motivazione più o meno nobile a un’altra. Ciò che cambia è il modo in cui l’agente si comprende: la visione di sé come soggetto autonomo, capace di riconoscere gli altri come persone portatrici di richieste legittime.

 

Nel caso della suocera, l’azione resta invariata, ma muta l’ideale che la informa. Non agisce più solo per educazione o convenienza, ma a partire dal rispetto. È questa nuova visione normativa di sé e degli altri a liberare l’agente da pregiudizi, frustrazioni e bias cognitivi.

 

Ed è anche in questo senso che il cambiamento del Grinch diventa intelligibile. Non si tratta di un mutamento emotivo né di una conversione sentimentale, ma dell’adozione di un ideale di autonomia che lo libera dalla propria visione distorta. Assunto il rispetto come principio regolativo, il Grinch sospende il filtro del sospetto, impara a guardare se stesso e la comunità di Chinonso con maggiore sincerità e, così, riorienta il proprio modo di agire.

 

La lezione che emerge è più esigente di quanto suggerisca il meme. Comprendere le proprie ferite non basta; assumerle come criterio ultimo di giudizio è ciò che impedisce il cambiamento. Cambiare è possibile solo quando si è disposti a mettere in discussione il proprio sguardo e ad assumere un ideale che ci renda responsabili del modo in cui vediamo gli altri.

 

Possiamo cambiare noi? Sì, ma non automaticamente, né per semplice buona volontà. Il cambiamento morale richiede un lavoro su di sé: la capacità di sottrarsi a letture difensive e di riconoscere gli altri come altro da noi. In caso contrario, rischiamo di fare come il Grinch prima della sua trasformazione: scambiare i nostri pregiudizi per verità e restare, anno dopo anno, con un cuore di due taglie più piccolo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
bottom of page