L’uguaglianza dei diritti e il Ddl Valditara
- Giovanna Pagano

- 3 giorni fa
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Articolo scritto in collaborazione con Loredana Gaudio
Può una legge ledere alcuni diritti universali, come la possibilità di conoscenza e formazione?
Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sul nuovo DDL di Valditara, sul divieto nelle scuole primarie o col consenso per le scuole secondarie, di educare rispetto a temi legati all’affettività e alla sessualità, ho subito risposto di no perché sono troppo arrabbiata per parlarne in maniera lucida… ma poi mi sono resa conto che non parlarne sarebbe stato un errore e ho chiesto ad una mia amica/collega di scrivere una riflessione a 4 mani per ampliare lo sguardo e superare la rabbia.

Viviamo il contesto “scuola” da più prospettive e come clinici accogliamo bambini e adolescenti, ascoltando, quotidianamente difficoltà legate all’impossibilità di trovare spazi e modalità per essere ascoltati.
Il nostro ministro dirà: c’è la famiglia per gli spazi di ascolto! Da quando un adolescente parla della sua sfera intima e/o sessuale con i propri genitori? Certo, ci sono le eccezioni, ma il resto dei ragazzi? Penso alle tante famiglie disfunzionali che incontro e penso che quelle famiglie non daranno mai il consenso perché altrimenti non sarebbero disfunzionali… e quindi i ragazzi vittime di violenza in casa non avranno mai la possibilità di sapere che loro possono tutelare i loro confini, possono affermare le loro emozioni.
La possibilità di conoscere e approfondire il proprio mondo emotivo e sessuale è un importante tassello per il pieno e sano sviluppo di sé. Poter avere un adulto, competente, che sappia ascoltarti e spiegarti è un importante fonte di prevenzione per tutti quei comportamenti tossici e violenti che attanagliano la nostra società.
La scuola è una palestra di vita, dove ciascun alunno, studente ha da acquisire non solo nozioni, ma anche (e forse soprattutto) quegli strumenti necessari ad affrontare le scelte della vita. Acquisire strumenti significa sviluppare un senso critico che nasce dalla formazione globale dell’individuo: globalità che ora non si potrà più avere perché servirà il consenso delle famiglie. Con la nuova legge, avremo studenti che cercheranno le informazioni a loro modo sul web, avremo ragazzi che non sanno stare con le loro emozioni perché non le conoscono in quanto non hanno potuto fare un percorso di alfabetizzazione emozionale per costruire quegli strumenti emotivi utili per leggere le relazioni.
Questo grido d'allarme, condiviso da chi vive la scuola e la clinica ogni giorno, trova conferma in chi si occupa di tutela dell'infanzia e di prevenzione della violenza di genere.
Questa misura rischia di disarmare i più piccoli e togliere loro il diritto fondamentale alla conoscenza di sé.
Nelle scuole, già all’infanzia e alla primaria, i bambini hanno bisogno di interventi strutturati che insegnino loro a:
Riconoscere i confini: Capire la differenza tra contatti fisici piacevoli, spiacevoli e segreti che fanno stare male.
Decodificare le emozioni: Dare un nome a sentimenti complessi come la paura, la vergogna o il disagio.
Chiedere aiuto: Individuare con chiarezza gli adulti di riferimento a cui potersi confidare in caso di pericolo.
È importante che questi modelli protettivi non spariscano, lasciando i bambini senza la possibilità di uno scudo concreto capace di proteggerli.
Inoltre come addetti del settore, sappiamo fortemente che la violenza contro le donne non si combatte esclusivamente nelle aule di tribunale. La vera svolta avviene sradicando gli stereotipi laddove si formano: nell'infanzia e nell'adolescenza. Limitare l'alfabetizzazione emotiva ha conseguenze dirette sull'insorgenza della violenza di genere.
Non educare all'affettività significa non insegnare a elaborare la frustrazione di un "no". Questa carenza può alimentare le dinamiche di controllo, la gelosia e la violenza già nelle prime relazioni di coppia. Chi non impara a riconoscere il valore e l'autonomia del proprio corpo difficilmente riuscirà a rispettare lo spazio, la dignità e la libertà altrui.
Il consenso non è una formula burocratica da compilare alla maggiore età. È una pratica quotidiana che si apprende sin dall'infanzia attraverso l'empatia, il riconoscimento dell'altro e la reciprocità. Se vogliamo sradicare la violenza di genere alla radice, la conoscenza di sé e il rispetto dell'altro devono rimanere un diritto universale, accessibile di ogni studente.



