L’onda blu lava via l’arancione nelle elezioni di midterm
Negli USA trumpiani stravincono i Dem. È arrivato il momento per defenestrare uno dei presidenti meno amati della storia americana?

Non si può dire che la vittoria dei democratici non fosse nell’aria. L’avevano anticipato i sondaggi ma era soprattutto un frequente mouth-to-mouth neanche così tanto sussurrato. Le midterm del 3 novembre hanno sancito una chiara sconfitta per Trump, i suoi istrionismi, la prepotenza, le decisioni che hanno acuito fortemente le divisioni interne (mai come in questa presidenza è riapparso lo spettro della guerra civile) ed esterne, con una caduta in verticale della credibilità del paese nei confronti degli stati e dei mercati esteri. Un indice da questo punto di vista lo mostrano gli interessi al rialzo sui titoli di stato USA, risposta al disorientamento degli investitori.
Nel momento in cui viene scritto questo articolo (ore 10.00 del 4 novembre 2026) lo spoglio delle schede non è ancora completo ma si delineano già bene i contorni della disfatta repubblicana. Alla Camera, dove la vittoria dem era più certa, si è 258 a 177, mentre il più incerto Senato vede 54 senatori ai democratici contro 44 per i repubblicani. Due i seggi ancora da assegnare. Già conquistata quindi una solida maggioranza al Congresso con i magic number, 218 alla Camera e 51 al Senato, in mano ai democratici che ora organizzano il riordino delle istituzioni. La cartina si tinge quasi ovunque di blu. Queste elezioni-referendum bocciano Trump.
I casi più emblematici, fra novità proposte dai democratici e la disaffezione sull’altro fronte, il Texas e il Michigan. Nel primo, emblema a livello internazionale dello spirito più conservatore americano, vince James Talarico, democratico di ispirazione cristiana, una carriera partita dall’insegnamento e una politica orientata a ricucire le ferite inferte dalle politiche divisive dei conservatori. L’ultima volta di un senatore democratico in Texas è stato trentotto anni fa. Il Michigan invece fa scalpore per l’elezione di Abdul El-Sayed, primo senatore di fede musulmana. Nato a Detroit, medico e figlio di immigrati egiziani, ha puntato la sua campagna sullo spirito di convivenza fra popoli diversi che ha costruito l’America.
Le politiche di Trump, sia all’interno che nei confronti dell’estero, non stanno funzionando. O, almeno, non funzionano per la gente comune che sta fronteggiando il carovita. Il rialzo dei prezzi, che i maggiori analisti imputano proprio ai dazi trumpiani, e i rivolgimenti internazionali ai quali gli Stati Uniti a trazione repubblicana hanno fortemente contribuito, hanno minato la fiducia. Gli unici a sorridere sono il tycoon stesso, con gli ottimi risultati delle sue iniziative private (come la sua cryptovaluta), i suoi amici e i tecnocrati del suo entourage, cioè Besos, Thiele e Musk principalmente.
Se è più che ovvio l’orientamento di chi ha sempre avversato questa presidenza, bisogna anche osservare la disaffezione del popolo attorno ai MAGA. Molti elettori repubblicani, anche i più conservatori, hanno molte perplessità per le ingerenze con l’estero messe in campo. Si è fatta strada la sensazione di aver tradito il proposito “isolazionista”, quell’America First dei primi tempi che suggeriva un ritiro, anche in termini di spesa economica, degli americani da numerosi teatri internazionali per concentrare risorse e attenzione sulle problematiche interne.
La ricetta MAGA per fronteggiare la crisi è stato invece l’identitarismo, il proporre come valore aggiunto quello di essere W.A.S.P. (white anglo-saxon protestant) senza alcun sostegno economico per una classe media sempre più indebolita in un sistema dove il welfare è già un miraggio. È, in fondo, la stessa che le destre propongono in Europa. Questa sembra anche una delle ragioni che spiegano il cambio del sostegno dei latinos repubblicani, su cui ha probabilmente pesato l’andazzo razzista delle politiche anti-immigrazione con il braccio armato della temibile ICE.
Non secondario anche il ruolo della fede anche in questa tornata elettorale. Numerosi cristiani sono sempre più ostili agli atteggiamenti sprezzanti di Trump, la sua vicinanza di facciata ai valori religiosi e la percezione che questi siano solo una strategia per accattivare il voto. Altro aspetto, il voto musulmano, che potrebbe essersi orientato verso il fronte progressista, sempre come reazione al forte identitarismo che Trump ha impresso alla sua amministrazione.
Negazionismo climatico, lotta al woke, cinismo verso i poveri, sono tutte componenti da valutare nell’analisi del voto che ha bocciato i repubblicani ma ha anche premiato attivamente le aperture progressiste dei dem, preannunciate dalle elezioni dei sindaci Mamdani a New York e Higgins a Miami o delle governatrici Spamberger in Virginia e Sherrill in New Jersey.
Risanamento dell’economia, welfare, unità sociale, ma anche le tante grane giudiziarie di Trump, come i sospetti di insider trading e i risvolti degli Epstein files. I democratici hanno numerose sfide davanti e un’azione spesso ventilata: l’impeachment. È arrivato il momento per defenestrare uno dei presidenti meno amati della storia americana?




