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L'illusione dello specchio: la trappola della competizione tra i banchi

Per tutte le persone che si cercano nello specchio degli altri,

con la paura costante di sparire dietro il loro successo.

 

Nel suo trattato sull’etica, Aristotele scriveva che l’amicizia è un’anima sola che abita in due corpi: un legame fondato sul bene reciproco in cui l’uno rispecchia l’eccellenza dell’altro. È una visione romantica che per molto tempo ho proiettato sulla mia vita scolastica, perché nella teoria della filosofia i conti tornano sempre; nella realtà dei corridoi di un istituto, invece, le anime spesso si scontrano e quel riflesso, anziché mostrare il meglio di noi, rischia di trasformarsi in una superficie tagliente.

 

Immagine AI - due studentesse tra i banchi di scuola in competizione
Immagine generata da Gerarda Mirra con Canva AI

Ho dovuto attraversare tre anni di scuola superiore, un cambio di dinamiche e la fine di un affetto che credevo incrollabile per capire che la linea che separa la complicità dalla rivalità è sottile come un foglio di carta e che la maturità non si misura solo sui libri di testo ma sulla capacità di sopravvivere a quelle arene invisibili che si innalzano nelle nostre classi. Ci sono legami che nascono all’improvviso e il mio primo anno di scuola superiore è iniziato proprio così: nel mezzo di una classe numerosa e caotica, dove era facile perdersi ma anche trovarsi.

 

In quel contesto eravamo diventate un trio, un gruppo affiatato che sembrava aver trovato un incastro perfetto. Condividevamo risate, confessioni e i piccoli drammi quotidiani di chi si affaccia per la prima volta a un mondo nuovo. In quel caos della prima superiore la nostra amicizia era un porto sicuro, anche perché l’attenzione si disperdeva e non c’era spazio per i paragoni diretti; eravamo semplicemente noi, unite contro le difficoltà delle nuove materie e dei professori, capaci di farci forza a vicenda senza pretendere nulla in cambio. Poi, l’anno successivo, l’equilibrio si è rotto. Non per una scelta consapevole ma per una questione logistica e numerica, dato che la classe è stata divisa e il gruppo si è ristretto. Improvvisamente l’orizzonte si è fatto microscopico e non c’era più la massa a fare da cuscinetto: lo spazio fisico ed emotivo si era ridotto e senza che ce ne rendessimo conto, è venuto a mancare l’ossigeno per respirare. Ed è lì che ho scoperto che la competizione più feroce non nasce tra nemici dichiarati ma può strisciare in silenzio proprio tra persone che si vogliono bene, finché un giorno non ti accorgi di una verità dolorosa: non stai più guardando la persona che hai davanti per ciò che è, ma solo per il posto che occupa rispetto a te. 

 

La cosa più difficile da elaborare è che questo problema non riguardava tutto il gruppo, ma è sorto con una delle due, trasformando quello che era un legame pulito in un confronto continuo. Questa dinamica ha assunto contorni ancora più complessi perché legata a una rivalità prettamente femminile. Mentre la competizione maschile tende a essere esplicita, quella femminile sa essere incredibilmente sotterranea, fatta di sguardi alla consegna dei compiti, silenzi pesanti e un costante gioco di specchi. Con lei non ci siamo mai sfidate a viso aperto e non c’è mai stato un grande litigio; eppure, ogni valutazione alta non era più un motivo di soddisfazione personale ma un’arma di difesa e ogni complimento ricevuto dall’una sembrava togliere luce all’altra, portandoci a misurarci su tutto: dalla media dei voti, ai giudizi dei docenti, fino al modo di porci, scavando ferite invisibili ma profonde.

 

La terza superiore si è trasformata così in un labirinto opprimente, dove la competizione con lei è diventata una presenza tossica e costante. L’atmosfera si era talmente avvelenata che si era fatta strada una logica distorta: l’illusione che, per essere migliori e per splendere, bisognasse in qualche modo “sotterrare” l’altra. Sentire che una delle persone con cui avevo condiviso i primi passi non era più un’alleata ma il metro di paragone contro cui calcolare il mio valore, mi ha svuotata di energia. Non si studiava più per il piacere di imparare o per costruire il proprio futuro ma per l’ossessione di non farsi sorpassare; se lei andava bene una parte di me sprofondava nel senso di colpa e se io andavo bene percepivo il suo sguardo allungarsi su di me come un’ombra.

 

Questo meccanismo ha logorato le fondamenta del nostro trio e anche se col tempo si sono aggiunte altre incomprensioni, la fine di quell’amicizia è stata il prezzo più alto che la rivalità potesse chiedere. Per molto tempo ho pensato di dover vincere quella guerra fredda, convinta che l’unico modo per calmare l’ansia fosse dimostrare di essere sempre un passo avanti; ma crescendo ho sviluppato una consapevolezza diversa. Ho capito che dovevo fare un passo indietro, smettere di guardare il suo banco e iniziare finalmente a guardare dentro me stessa, perché la lezione più importante che ho imparato non è stata come superare lei ma come trovare il coraggio di smettere di volerla superare. Ho capito che la competizione in sé non è un male assoluto ma esiste una differenza abissale tra quella sana, che funziona come un carburante pulito dove il talento di chi ti sta accanto ti ispira a dare il massimo per un evoluzione personale, e quella tossica, che è un gioco a somma zero che ha bisogno del fallimento dell’altro per nutrirsi, basandosi sull’idea che lo spazio nel mondo sia limitato e che per salire io, tu debba per forza scendere.

 

Se Aristotele avesse frequentato la mia terza superiore, avrebbe forse aggiunto un capitolo cruciale alla sua opera, spiegando che per potersi rispecchiare nell’eccellenza dell’altro, serve prima essere sicuri della propria identità, senza la paura costante di venire cancellati dal successo altrui. La sofferenza di questo distacco e la fine di quel trio mi hanno regalato una forma di libertà profonda, facendomi capire che la vera libertà non arriva quando vinci una gara o quando dimostri al mondo di essere la migliore ma quando capisci che non tutto nella vita deve essere un tabellone con dei punteggi; perché solo quando smetti di correre contro qualcuno, ricominci finalmente a camminare verso te stessa.

 

Eppure, guardando le file di banchi ogni mattina e vedendo quanti ragazzi ancora si logorano per mezzo punto in più, una domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri che questo sistema scolastico ci stia insegnando a coltivare il nostro valore, o ci sta semplicemente addestrando a vedere nel successo di chi ci siede accanto la nostra più grande minaccia?

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