L’AI ci ruberà il lavoro?
- Michelle Grillo

- 20 minuti fa
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L’undici marzo 2026, l’ANSA ha battuto una notizia destinata a circolare velocemente sui social italiani. InvestCloud Italy, con sede a Marghera (Venezia), ha avviato le pratiche per il licenziamento collettivo di tutti i suoi 37 dipendenti, motivando la decisione con un nuovo modello organizzativo basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale, che “non prevede il mantenimento di strutture locali autonome”. La colpa, stando alla comunicazione aziendale, è stata dunque dell’AI.

Se non fosse che la storia ha avuto un secondo atto. L’assessore regionale al Lavoro Massimo Bitonci ha definito “improprio” usare l’intelligenza artificiale come motivo principale, spiegando che InvestCloud ha contemporaneamente avviato l’assunzione di circa novanta giovani professionisti informatici a Bangalore, in India, dove il costo del lavoro nel settore ICT è significativamente più basso. La vicenda mostra che l’AI ha funzionato come schermo narrativo per un’operazione di delocalizzazione classica, ciononostante, non ha impedito ai titoli di girare e di alimentare una paura già bene addestrata a scattare.
Il caso di Marghera, infatti, non è isolato. Nel solo 2025 sono stati licenziati 123.941 dipendenti del settore tecnologico in 269 aziende, e il 2026 ha già visto tagli significativi nei primi mesi dell’anno. Nel caso di Amazon, Salesforce, Block, nei loro comunicati aziendali è stata citata quasi sempre l’AI come fattore di trasformazione, alimentando, così, i titoli dei giornali.
La paura che l’AI possa “rubare” il lavoro è ricorrente nel modo in cui le grandi trasformazioni tecnologiche vengono vissute. Da una prima fase di shock in cui si ha la percezione che il cambiamento sia irreversibile, si passa alla scoperta, sempre tardiva, che il lavoro non è scomparso, si è solo spostato in forme che nessuno aveva saputo immaginare prima.
Ogni tecnologia porta con sé la paura della perdita dei posti di lavoro, ma è vero anche che genera mestieri inimmaginabili prima della sua comparsa.
Le previsioni del World Economic Forum hanno stimato 92 milioni di posti persi globalmente entro il 2030, contro i 170 milioni che saranno creati. Un saldo certamente positivo trainato da ruoli oggi solo embrionali. In Italia, gli annunci di lavoro con skill legate all’AI sono cresciuti del 93% nel solo 2025. Sono emerse professioni come AI engineer, esperto in etica algoritmica, fact-checker automatizzato. Tutti lavori che combinano competenze tecniche e giudizio umano, difficilmente comprimibili in una procedura automatizzabile.
Eppure, i dati aggregati hanno teso a nascondere una tensione reale. È vero anche che i lavoratori under-25 sono al momento i più esposti, con tassi di inserimento in calo nei settori ad alta esposizione AI. Le posizioni entry level sono e saranno le prime a essere automatizzate, e chi è entrato nel mercato del lavoro in questo periodo si trova in una terra di mezzo. I ruoli junior si stanno restringendo, mentre quelli senior richiedono esperienze ancora in fase di maturazione. Questa transizione mostra il suo volto più duro non tanto nella sostituzione dell’umano in senso assoluto, ma nel blocco dei percorsi di ingresso che hanno storicamente consentito di crescere.
C’è un’immagine che il filosofo Luciano Floridi ha proposto per rileggere questa transizione, e che vale la pena recuperare, quella dei colletti verdi. Accanto ai colletti bianchi dell’economia dei servizi e ai colletti blu dell’industria, Floridi ha individuato nuove figure che chiama “pastori dell’AI”, ovvero professionisti chiamati a governare, orientare e supervisionare i sistemi di intelligenza artificiale e a fare da interfaccia tra le macchine e il mondo. Lavori che richiedono giudizio, contestualizzazione, responsabilità etica. Qualità che i sistemi AI non hanno posseduto, e probabilmente non possederanno nel breve termine.
Riguardo a se “l’AI ci ruberà il lavoro?”, tale domanda presuppone un soggetto che agisce autonomamente. In realtà, dietro ogni licenziamento ci sono state scelte aziendali, pressioni degli azionisti, e raramente politiche pubbliche capaci di indirizzare la transizione.
Molti esperti hanno iniziato a parlare di “AI-washing” in riferimento alle aziende che stanno usando l’intelligenza artificiale come giustificazione per tagli motivati da profitti o ristrutturazioni finanziarie. In tal senso l’AI si presta perfettamente a fare da schermo.
Dunque, la domanda giusta non è se l’AI ruberà il lavoro. È come integrare l’AI nei processi lavorativi in modo che amplifichi le capacità umane invece di aggirarle. Come costruire, cioè, una collaborazione che abbia senso.



