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Accelerazione sociale e lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale

“Osservando la dinamica incessante che attraversa cultura, società e storia occidentale, si comprende come romanzieri, scienziati, giornalisti e persone comuni siano stati spesso disorientati non solo dai progressi tecnologici, per quanto spettacolari, ma soprattutto da quel processo accelerato di trasformazione sociale che rende instabili e provvisorie le strutture, le abitudini e i modelli di orientamento” (Rosa, 2015, p). Hartmut Rosa lo ha espresso con chiarezza già nel 2010, mostrando come la velocità non sia semplicemente un tratto del nostro tempo, ma una condizione che modifica la percezione stessa dell’esistenza.

 

Il tema della velocità connessa alla tecnologia è tutt’altro che nuovo. Marinetti, negli anni Venti, l’aveva celebrata come promessa di modernità. Ma, come osserva Rosa, la questione è più profonda: non si tratta solo di andare “più veloci”, bensì di vivere dentro un fenomeno che lui chiama accelerazione sociale, cioè “la crescita dei ritmi di decadenza dell’affidabilità delle esperienze e delle aspettative e la contrazione degli archi temporali definibili come presente” (2015, p. 2013). Una compressione del presente che, oggi più che mai, genera ampie zone d’incertezza, soprattutto nell’epoca dell’intelligenza artificiale, attorno alla quale gravitano questioni decisive per il futuro, prima fra tutte quella del lavoro.

 

Come ricorda Luciano Floridi (2025), storicamente ogni avanzamento tecnologico ha innescato trasformazioni sociali e, con esse, cambiamenti occupazionali. Rosa stesso mostra come, nell’età premoderna e nella prima modernità, l’occupazione del padre potesse passare al figlio per più generazioni. Nella modernità classica, invece, le professioni tendevano a mutare almeno di generazione in generazione: figli e poi figlie erano liberi di scegliere, ma quella scelta restava spesso definitiva. Nella tarda modernità, al contrario, il lavoro non accompagna più l’intera vita dell’individuo: si cambia occupazione a un ritmo che supera quello delle generazioni. Richard Sennett ricorda, ad esempio, che negli Stati Uniti i lavoratori più istruiti cambiano impiego in media undici volte nel corso della vita (2000).

 

Anche i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro mostrano che dagli anni Novanta, parallelamente all’avanzamento tecnologico, si sono verificati spostamenti significativi nei settori occupazionali e che, nel complesso, i posti di lavoro sono aumentati. Tuttavia, questi numeri richiedono di essere incrociati con altri: la concentrazione dell’occupabilità in determinati settori avviene di pari passo con la migrazione verso specifiche aree geografiche. Da un lato osserviamo territori che crescono, dall’altro luoghi che si svuotano, segnati da disoccupazione, spopolamento e perdita di comunità.

 

L’intelligenza artificiale, a differenza delle tecnologie precedenti, possiede una capacità di penetrazione e di trasformazione che agisce con una potenza diversa. La sua dirompenza produce un’accelerazione tale da rendere difficile immaginare una risposta sociale altrettanto rapida. Sul piano del lavoro, uno studio recente dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro segnala che le professioni impiegatizie e amministrative saranno le più esposte, con un impatto rilevante sui cosiddetti “colletti bianchi”. McKinsey, al contrario, prevede una crescita della domanda di nuove figure professionali che supererà di circa dodici milioni i posti rimpiazzati. E le stime parlano di circa novantasette milioni di nuovi ruoli legati all’IA entro il 2025.

 

Tutto ciò è plausibile. Ma il nodo cruciale resta quello della velocità. La rapidità con cui avvengono e avverranno questi cambiamenti è tale da generare vuoti, interruzioni, spazi di incertezza per chi non riuscirà a riorientarsi con la stessa rapidità del sistema. È questo scarto temporale tra ciò che cambia e la nostra capacità di adeguarci a generare le zone d’ombra. Ed è lì che il welfare, si auspica, dovrà intervenire: non per rincorrere l’innovazione, ma per restituire alle persone il tempo necessario per riorientarsi senza essere espulse dal loro stesso presente. 

Bibliografia

Floridi, L. (2025). La differenza fondamentale. Mondadori.


International Labour Organization (ILO). (2023). Global Employment Trends Report 2023. International Labour Office. https://www.ilo.org


McKinsey Global Institute. (2023). The future of work in the age of AI. McKinsey & Company. https://www.mckinsey.com


Rosa, H. (2015). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (F. Perilli, Trad.). Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 2013)


Sennett, R. (2000). The Corrosion of Character: The Personal Consequences of Work in the New Capitalism. W. W. Norton & Company.

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