Iran al punto di rottura: proteste, sangue nelle strade e la partita geopolitica sullo sfondo
- Davide Inneguale

- 8 gen
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L’Iran attraversa una delle fasi di maggiore instabilità degli ultimi anni. Le proteste esplose nei primi giorni di gennaio si sono estese rapidamente a diverse città, coinvolgendo non solo i grandi centri ma anche aree periferiche e provinciali. Alla base della mobilitazione c’è un malessere profondo, alimentato dal crollo della moneta, del potere d’acquisto da un’inflazione che colpisce soprattutto i beni alimentari e da una popolazione sempre più impoverita. Carne, uova, pane sono diventati beni di lusso per ampie fasce della società.

La risposta delle autorità è stata immediata e violenta. Le forze di sicurezza hanno represso le manifestazioni con l’uso delle armi, arresti di massa e blackout informativi. Secondo fonti locali e organizzazioni per i diritti umani, il bilancio provvisorio parla di decine di morti e centinaia di feriti, con ospedali sotto controllo e famiglie lasciate senza notizie dei propri cari. I video circolati online mostrano scontri, spari e quartieri isolati, mentre il governo accusa “agenti stranieri” di fomentare il disordine.
Il caos interno si inserisce in un contesto geopolitico più ampio. Gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione su Teheran, rilanciando sanzioni e iniziative diplomatiche volte a isolare ulteriormente il Paese. Trump dal suo trono circondato da MAGA si esprime come un capofamiglia mafioso, forte della sua posizione di potere. Ogni episodio di repressione viene utilizzato per giustificare nuove misure economiche, aggravando una situazione già compromessa. Allo stesso modo Israele continua a esercitare una pressione costante sul piano della sicurezza, tra minacce, operazioni di intelligence e azioni indirette che contribuiscono ad aumentare la percezione di accerchiamento del regime iraniano.
In questo intreccio tra rivolta interna e tensioni esterne, l’Iran appare intrappolato in una spirale senza fine. Le proteste nascono da condizioni materiali e politiche reali, ma vengono rapidamente inglobate in una partita internazionale che rischia di esasperarle. Il risultato è un Paese sempre più fragile, dove la repressione alimenta nuove proteste e la pressione esterna riduce gli spazi di uscita dalla crisi. Uno scenario che non riguarda solo Teheran e forse neppure soltanto l’equilibrio dell’intero Medio Oriente.





