Il potere di un popolo diviso
- Mario Bove

- 10 lug
- Tempo di lettura: 3 min
La coscienza dell'unità e il conseguente potere di un popolo sono un percorso di consapevolezza collettiva. È il lungo, faticoso e incerto risalire la corrente in una società che fluisce impetuosa nella direzione opposta, quella dell’individualità di massa. È la collaborazione al di sopra del principio della competizione. Siamo alla vigilia di una campagna elettorale che, c’è poco da sperarci, sarà vigliacca, polarizzata, piena dei soliti slogan vacui pensati per rubare il voto degli incerti e galvanizzare le truppe già irreggimentate.

Un amaro assaggio, proprio la “punta di un cucchiaio”, è stato somministrato l’altro ieri all’incontro del campo largo a Piazza del Gesù a Napoli quando una pattuglia di Potere al Popolo ha duramente contestato il tetracefalo Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Da basso, gli attivisti della sinistra più radicale hanno interrotto i politici del centrosinistra sul palco, facendo naufragare, per il momento, ogni intento di dar seguito al primo slogan “mai più divisi”.
PaP colpisce nel vivo su alcuni punti che la coalizione progressista intende proporre a livello nazionale, ma che in Campania e, in particolare, a Napoli tardano ad attuare. Si riferiscono alla presunta gestione clientelare di Manfredi e soci, al ritardo nell’attuazione degli impegni presi sul salario minimo garantito, alla latitanza in merito alla questione alloggi (che andrà ulteriormente ad acutirsi con l’arrivo della coppa di vela a Bagnoli), hanno puntato il dito contro l’indifferenza nei confronti della marginalità e di quelle profonde sacche d’ombra dove prolifera l’infezione della camorra. Ma il fiele è dispensato anche su questioni internazionali come le posizioni su Rearm EU, guerra in Ucraina, NATO e Israele.
Dal palco e dal retro, si è tentato un dialogo, una mano tesa forse più per salvare il salvabile che per ridurre realmente le distanze. Ma se la politica è fatta di simboli, quelli messi in campo a Napoli sono la rappresentazione di uno scontro su più dimensioni: gente comune contro establishment, idealismo purista contro pratica del “menopeggismo”, extraparlamentari (letteralmente) contro politici di professione. Giovani contro adulti per vederla in una chiave quasi junghiana.
Un’animosità rabbiosa che dovrebbe essere rivolta a chi è ideologicamente impegnato a traghettarci verso la democratura più che a dei potenziali alleati. Ma probabilmente la purezza dei giovani non lascia scampo se flirti con l’alta finanza, parli più coi dirigenti d’azienda che con le manovalanze, se ti mostri conciliante con la politica della deterrenza armata. Insomma, se al vino acidulo, allungato con la gazzosa, preferisci lo spritz sul roof terrace del ristorante d’élite.
Qui prodest? Fra le prime a stracciarsi le vesti in nome della morte del dialogo è “nostra signora della democrazia”, la prima ministra Giorgia Meloni. Già, ora può vantare anche questa soddisfazione e ricambiare il soccorso di Schlein ai tempi delle prime offese di Trump. Nella mattinata di ieri era tutto un rincorrersi di “fascisti di sinistra”, “rossobruni” e via dicendo, una gara fra una destra gongolante e la (blanda) sinistra offesa fra chi ne potesse dire peggio di Potere al Popolo.
Oramai la politica si è svuotata di contenuti, di visione prospettica, di responsabilità nelle scelte e si è mutata nella ricostruzione di una realtà finta da gridare, senza contraddittorio, sui social per collezionare piccoli punti percentuali. La verità è nei like attribuiti ai reel di azioni eclatanti, non nel senso delle affermazioni. Le elezioni sono ancora lontane eppure così vicine se si pensa a quanto si debba fare per compattare una base programmatica della sinistra. Qual è la prospettiva? La solita coalizione contro qualcuno, foriera di tante idee debolmente legate, anche contraddittorie, o il professionismo dell’opposizione, un luogo dove puoi promettere di svuotare il mare con il palmo di una mano perché tanto non avrai mai la responsabilità del governo?



