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Francia in fiamme: la protesta dei giovani

11 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Da metà settembre centinaia di licei francesi vengono bloccati dagli studenti. Quella che è partita dalla crisi della scuola si è trasformata in una mobilitazione sempre più ampia, arrivando a coinvolgere università, sindacati e lavoratori. E mentre il governo prova a rispondere, la tensione continua a crescere.


L'immagine mostra agenti della Police Nationale francese di spalle, con caschi e giubbotti tattici, mentre monitorano un corteo di studenti che espongono la bandiera della Francia - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Journ%C3%A9e_de_mobilisation_des_lyc%C3%A9ens_%C3%A0_Perpignan_14.jpg
Giornata di mobilitazione dei licei di Perpignan - Aurelio Cárdenas, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Non è iniziato tutto da una grande manifestazione nazionale. È iniziato dalle aule, dai corridoi dei licei e soprattutto da una sensazione sempre più difficile da ignorare: quella di una scuola che non riesce più a garantire agli studenti le condizioni necessarie per studiare.


In Francia, da metà settembre, la protesta si è allargata rapidamente. Il movimento, nato nella regione parigina, ha raggiunto diverse città del Paese attraverso blocchi, cortei e manifestazioni, arrivando a coinvolgere anche le università. Lunedì 5 ottobre il Ministero dell'Istruzione stimava 589 istituti perturbati, mentre nei giorni precedenti erano stati previsti tra 400 e 500 licei con attività totalmente o parzialmente sospese.


Ma cosa sta portando così tanti ragazzi in strada?


Una scuola che non basta più


Dietro la protesta c'è innanzitutto la situazione della scuola pubblica francese. Mancano insegnanti, le classi sono sempre più affollate e in molti istituti gli edifici necessitano di interventi. Secondo i dati riportati dal governo, circa il 7% delle ore di lezione non viene garantito. Il problema delle sostituzioni dei docenti assenti è diventato così uno dei punti centrali delle richieste degli studenti, ma il problema non finisce davanti al cancello della scuola. Per molti ragazzi, alla difficoltà di vivere il presente si aggiunge l'incertezza su ciò che verrà dopo.


Nel 2026, al termine della fase principale di Parcoursup, 163.372 candidati, pari al 18% degli iscritti, non avevano ricevuto nessuna proposta tra i loro desideri. Il dato non significa che tutti siano rimasti esclusi dall'università, perché esistono una fase complementare e le commissioni accademiche che possono proporre alternative. Mostra però quanto possa essere complicato, per una parte dei giovani francesi, trovare un posto nel percorso di studi desiderato.


È difficile non leggere questi numeri anche alla luce di una domanda più grande: che futuro aspetta chi sta studiando oggi?


Quando studiare diventa un problema economico


A rendere ancora più fragile il quadro è la precarietà economica. L'indagine “Avoir 20 ans en 2026”, realizzata da Linkee su oltre 25 mila studenti in situazione di precarietà che hanno fatto ricorso all'aiuto alimentare, racconta una realtà difficile. Il 69% degli intervistati dispone, dopo le spese essenziali, di 100 euro o meno al mese per tutto il resto: mangiare, curarsi, vestirsi, spostarsi e vivere. Il 65% dichiara di aver saltato almeno un pasto durante la settimana per mancanza di denaro, mentre il 76% afferma di aver ridotto la quantità di cibo consumata.


Sono numeri che fanno capire quanto la crisi possa andare oltre la scuola. Per uno studente, infatti, il problema non è soltanto avere un professore in classe o trovare un posto all'università, significa anche potersi permettere di arrivare a lezione, avere un posto in cui vivere e riuscire a mangiare.


Il 22% degli studenti intervistati ha dichiarato di aver pensato di interrompere gli studi a causa delle difficoltà economiche, mentre il 47% teme che la propria situazione possa impedirgli di raggiungere la carriera desiderata.


Ed è forse qui che la protesta assume un significato più ampio. Perché dietro la richiesta di più insegnanti o di scuole migliori c'è anche la paura che studiare non sia più sufficiente per garantirsi la possibilità di costruire il proprio futuro.


Quando la protesta diventa scontro


Con l'allargarsi della mobilitazione sono aumentati anche gli episodi di violenza. Il 29 settembre sono state effettuate 440 interpellazioni e, secondo il ministro dell'Istruzione Édouard Geffray, dall'inizio del movimento erano già 76 le persone ferite tra studenti e personale scolastico.


Secondo il ministro dell'Interno Laurent Nuñez, al 2 ottobre erano state effettuate più di 5.000 interpellazioni, circa l'85% delle quali riguardava minorenni. Il governo ha inoltre contato 24 istituti “incendiati o saccheggiati” e 78 membri del personale dell'istruzione feriti. Ma a suscitare particolare attenzione sono stati anche alcuni episodi che hanno coinvolto i manifestanti.


A Tours, un ragazzo di 16 anni ha perso la vista da un occhio. La procura ha riferito che le ferite sono compatibili con l'impatto di un proiettile di gomma e sulla vicenda è stata aperta un'indagine. A Lens, invece, un quindicenne ha perso una mano durante gli scontri. Le circostanze precise dell'incidente non sono ancora completamente chiarite e anche in questo caso è stata aperta un'inchiesta.


Non è quindi possibile ridurre tutto a una semplice contrapposizione tra manifestanti e forze dell'ordine. Ci sono episodi di violenza e danneggiamenti contestati ai manifestanti ma anche comportamenti delle forze dell'ordine che sono stati messi sotto esame. L'IGPN, la cosiddetta “polizia della polizia”, ha aperto sei indagini su episodi avvenuti durante la mobilitazione.


Il punto, allora, diventa un altro: come garantire agli studenti il diritto di manifestare senza che la protesta degeneri e, allo stesso tempo, come assicurarsi che la risposta delle forze dell'ordine rimanga proporzionata?


Il governo prova a rispondere


Di fronte alla crescita della protesta, il governo ha riconosciuto la necessità di intervenire almeno su alcuni dei problemi sollevati dagli studenti. Il ministro Geffray ha parlato della questione delle sostituzioni degli insegnanti e delle condizioni degli istituti, mentre il primo ministro Sébastien Lecornu ha chiesto ai ministri di lavorare sulle principali rivendicazioni.


Per gli studenti, però, le promesse non bastano. Le richieste sono concrete: più insegnanti e personale scolastico, classi meno affollate, edifici sicuri e maggiore attenzione alle difficoltà economiche che rendono sempre più difficile studiare.


E proprio qui la protesta potrebbe cambiare dimensione.


Il 6 ottobre


Il 6 ottobre è stata convocata una nuova giornata nazionale di mobilitazione, indicata come il terzo grande appuntamento della protesta. Questa volta, accanto agli studenti, sono pronti a scendere in piazza anche sindacati degli insegnanti e lavoratori del settore pubblico.


È questo il passaggio che potrebbe trasformare una protesta nata nei licei in una mobilitazione sociale più ampia. Ad oggi, la Francia appare come una vera e propria polveriera: ci si auspica quindi che tutte le parti coinvolte agiscano responsabilmente e facciano tutto il possibile per trovare soluzioni e riportare il confronto su un piano costruttivo. Non è ancora possibile sapere quanto sarà grande o cosa succederà nelle strade ma una cosa è già evidente: la questione non riguarda soltanto le lezioni perse o i licei bloccati. Dietro questa protesta c'è una generazione che sta chiedendo quanto sia ancora possibile affidarsi alla scuola per costruire il proprio futuro.


Perché dietro un'aula senza insegnante, una classe troppo piena o un ragazzo che non può permettersi di mangiare non c'è soltanto un problema amministrativo. C'è una domanda che riguarda molto più della Francia: quanto vale oggi l'istruzione pubblica e quanto è davvero possibile costruirsi una vita partendo da essa?


Il 6 ottobre quella domanda tornerà in piazza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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