Giovani sfaticati
- Michelle Grillo
- 1 lug
- Tempo di lettura: 3 min
È da un po’ che scrivo qualche articolo per questa rivista filosofica e, quasi sempre, scelgo di affrontare questioni politiche, collegando la realtà alle teorie sociologiche e al pensiero dei filosofi. Un po’ come faccio quando scrivo i paper per le riviste scientifiche, che richiedono un’oggettività che qui, per fortuna, non mi è richiesta. Ho deciso allora di tirare giù il plexiglass delle teorie e mantenere un tono informale e genuino, per parlare di un tema che mi sta molto a cuore.
Partendo da questa infinita premessa, questa volta voglio parlare dei giovani. Più nello specifico, di tutti gli stilemi che li riguardano, e aprire una riflessione.
Parto col dire che buona parte delle frasi che sento, quando si parla di giovani, li descrive – in ordine sparso – come incapaci, ignoranti, interessati unicamente allo smartphone. Una versione aggiornata de Gli sdraiati, così ben raccontati da Michele Serra qualche anno fa, o – andando ancora più a ritroso – de Gli indifferenti di Alberto Moravia.
Alla fine tutto cambia, ma il bersaglio resta sempre lo stesso: la colpa è, ovviamente, dei giovani. Immorali, indifferenti alla realtà, e per giunta privi di voglia di lavorare, di studiare, e assolutamente non disposti al sacrificio.
Frasi così le sento in continuazione. Come sento spesso ripetere, da chi insegna nei vari livelli di istruzione, che la preparazione delle nuove generazioni si è notevolmente abbassata. Ma ho un po’ di cose da dire a riguardo. Non per difenderli – perché credo sappiano difendersi da soli – ma perché credo serva guardare meglio.
È vero: molti rifiutano posizioni lavorative che noi, figli di un altro tempo, avremmo accettato. Ed è anche vero che, a scuola come all’università, molti studiano a fatica e spesso hanno difficoltà a concentrarsi. Ma sono figli di questo tempo, che non è più il nostro. E non dovremmo giudicarli come se avessero vissuto la nostra infanzia e la nostra giovinezza.
La mancanza di concentrazione è il risultato di un mondo che, per loro, è sempre stato always on. Non conoscono la disconnessione, né il privilegio di annoiarsi. E non certo per colpa loro. Siamo stati noi a demonizzare la noia, con l’idea della performance e del sacrificio. Uno stacanovismo che, per la maggior parte di noi millennial (mi ci metto anch’io), non ha per nulla ripagato.
Noi stessi siamo stati il frutto del retaggio dei nostri genitori, che hanno vissuto la loro età adulta a vele spiegate, nel pieno della crescita economica, con l’ottimistica convinzione che l’impegno prima o poi ripaga. Per molti di loro, in effetti, ha funzionato. È vero, hanno fatto sacrifici. Ma anche noi millennial ci siamo ampiamente sacrificati: abbiamo studiato, fatto il master, lavorato (in molti casi gratis) con l’idea malsana di seminare per poi raccogliere. Nel frattempo, però, il raccolto è andato a male.
E mentre continuiamo a dire che i giovani sono sfaticati, beh, loro – diversamente da noi – hanno semplicemente messo da parte le nostre illusioni e guardano la realtà in faccia, per quella che è. Rivendicano il diritto a non inseguire un sacrificio che non ripaga. Non sono disposti a barattare il loro tempo per una promessa alla quale, ragionevolmente, non possono più credere.
E no, non è vero che non sono interessati. Anzi. Spesso li sento ragionare, sono attentissimi al presente, anche più di quanto lo fossimo noi alla loro età. Vanno nelle piazze, si appassionano, si mobilitano per il cambiamento climatico e per le ingiustizie sociali. Li sento discutere, animarsi per cose sulle quali io ho smesso di animarmi, e penso che sono proprio belli.
