Forattini, satira di libertà
- Mario Bove

- 6 nov
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Scompare a 94 anni il più celebre vignettista della Prima Repubblica.

Un membro spropositatamente piccolo che fa capolino dal corpo nudo, grasso, vecchio, grottesco e sgraziato di Spadolini. Così ho conosciuto da piccolo il tratto inequivocabile di Forattini. Eppure le sue vignette non si potevano definire volgari ma l’essenza della satira, uno strumento per deridere il potere, mettendolo intelligentemente alla berlina, operando la de-mitizzazione dell’intoccabile potere facendone emergere le debolezze intime dei comportamenti.
Amava spesso ricorrere alla rappresentazione animalesca di alcuni politici come il Rocco Buttiglione-scimmia, Walter Veltroni-bruco, Lamberto Dini-rospo, Luciano Violante-volpe, Rosa Russo Iervolino-gallina, Carlo Azeglio Ciampi-cane, portando agli estremi l’espressione fisica per farla portatrice di una caratteristica morale che doveva esprimere quel soggetto.
Lo faceva così bene che, per gli esponenti della prima Repubblica, essere più volte dileggiati dalla matita del disegnatore era divenuto motivo di vanto. Lo si apprezzava, forse, per inglobare in modo furbesco la satira nell’alveo del potere stesso, così forte da essere in grado di riderne. Allora c’era un garbo di facciata, il calcolo, la ritualità, una politica fatta di un suo linguaggio specifico e incomprensibile ai più, avulso dal popolo e che Cirino Pomicino si compiaceva di esprimere. Le trame di Andreotti, Forlani, Fanfani che salta col referendum sul divorzio come il tappo di una bottiglia di champagne, la Balena Bianca della DC e poi il “duce” Bettino, colto spesso nella rigida posa mussoliniana. Tutti i fatti più famosi hanno ripreso vita attraverso le linee di grafite composte dal vignettista romano diventando, attraverso la rappresentazione satirica, icone della storia di questo paese.
La continua ricerca della libertà per Forattini ha tracciato una parabola lavorativa a volte tortuosa, da sinistra a destra, da Paese Sera a Panorama, poi il gruppo L’Espresso con Repubblica e l’inserto Satyricon, La Stampa, il Giornale e Quotidiano Nazionale. A guidarlo il suo stile sardonico, spesso pungente, senza troppi abusi, eccessi fini a sé stessi o gratuità.
A volte però il nervo toccato era così scoperto che la parte in causa non lesinava querele, alcune delle quali videro Forattini perdere in giudizio. Fu il caso di un Craxi “borseggiatore”, di Occhetto e D’Alema prostitute dell’URSS o nuovamente D’Alema intento a “sbianchettare” la lista Mitrochin. Anni dopo, non a caso ai microfoni del Tg5 Mediaset, Forattini si lamentava di essere stato querelato solo dalla sinistra perché “la sinistra non accetta la satira quando le è rivolta contro”.
Con lui va via il motteggiatore per eccellenza della vecchia politica italiana, quella che con Tangentopoli ha lasciato la scena agli imprenditori del voto che hanno spostato l’asse della partecipazione popolare dall’ideologia al partito personale. Non è più esistito qualcuno di simile in questo paese forse perché il “nemico” è profondamente cambiato. Il re oramai va in giro orgoglioso delle proprie orrende nudità e continua a imporre ai sudditi l’applauso, con ancora più rabbia e prepotenza. Forse non c’è più spazio per la satira che renda simpatici i tic o i difetti fisici e deve cedere il passo alla denuncia vera e propria dei reati del potere?





