La grazia come specchio di un paese polveroso simulacro di se stesso
- Elio Litti

- 3 giorni fa
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Era prevista per ieri 15 gennaio 2026 l’uscita sui grandi schermi dell’ultima fatica cinematografica di Sorrentino, “la Grazia” che parla di questo Presidente della Repubblica ormai prossimo alla conclusione del suo mandato e del suo conflitto interiore su alcuni dossier caldi di fine presidenza, come la concessione della grazia e la firma alla legge sull’eutanasia.

I personaggi sono verosimili ma di fantasia, mentre le dinamiche istituzionali, così come i luoghi utilizzati sono effettivamente quelli reali come Roma, il Quirinale e la pletora di collaboratori, giornalisti e politici che fanno da sfondo alle vicende personali e professionali del Presidente uscente.
Fin qui il plot del film, che ambisce ad andare oltre le mura di quelle che un tempo erano le residenze papali e che ora ospitano la carica più alta della Repubblica italiana; ed è interessante notare proprio il legame intimo tra un Presidente austero, intransigente, legnoso e dotto, ed un Papa che ci restituisce il classico tocco sorrentiniano che si muove tra l’inverosimilmente plausibile e il grottescamente reale: un papa nero alternativo fricchettone che gira in motorino e che sembra quasi di più larghe vedute del Presidente stesso.
Il film è fatto molto bene ma non fa sognare, semmai riflettere. Cristallizza la follia di un paese legato a logiche cattoliche anacronistiche. Al punto che non è chiaro se Sorrentino voglia dissacrare le logiche passatiste di un paese ancora ancorato a un legame totalmente incestuoso tra morale cattolica ed esigenze del presente, oppure se si arrenda o addirittura si crogioli all’idea di un paese eternamente ingessato. Oltre al rapporto tra l’uomo di Stato la sua morale e la fede, fa riflettere la presenza della coprotagonista, la figlia del Presidente che ricalca in parte le orme del padre ma a cui il regista non permette un’emancipazione, una figlia che invecchia come al padre senza diventare adulta. Lei resta la classica figlia sottomessa alla carriera per fare da balia al padre. Altro elemento centrale del film, forse anche più del tema della grazia, è l'ossessione quasi innaturale che il Presidente nutre verso il tradimento della sua moglie defunta.
Il film risulta uno spaccato dell’Italia attraverso il suo presidente, polveroso, silenzioso, introverso. Mette molta tristezza vedere tutti quei primi piani sulle rughe fisiche e le pene emotive di un Presidente anziano, tanto rivolto a fare i conti con il proprio passato quanto a lasciare una legacy progressista sui diritti civili del Paese.
Il tema dell'eutanasia tuttavia da centrale si perde a semplice elemento decorativo della narrazione gerontocratica di un uomo che si crede saputo solo per la voluminosità dell'enciclopedia legislativa scritta da lui stesso ed inquadrata un sacco di volte a feticcio durante il film, una figlia segretaria e badante che dimostra non importa quanto ne sappia quanto cazzuta e preparata tu sia, resti sempre la perpetua di una società familista e che ti ha illusa su un empowerment che puoi meritare solo alla morte (professionale) del tuo padre biologico e professionale.
Il reiterare parossisticamente il tema del tradimento di decenni prima, della defunta moglie, come ossessione senile di quello che è il Presidente della Repubblica. Se lo scopo era umanizzarlo il risultato è stato quello di renderlo ancora più cristallizzato, vecchio e ai limiti di una onirica demenza senile.
Il tradimento, che mette in pericolo amicizie storiche, che diventa un’ossessiva caccia alle streghe e che cade nel più ovvio dei cliché – senza voler fare spoiler –, a me è apparso chiaro sin dalle prime scene che a compierlo sia stato chi “mai una società amoralmente cattolica come quella italiana si può immaginare che sia”.
Ultima osservazione, ma non ultima per gravità, è il paradosso tra dieta salutare, brodino e minestrina con verdure, "perché hai una certa età, pensa alla salute", e quest'uomo che fuma in continuazione. Fumo come via di fuga e come dipendenza. Fumo che Sorrentino dimentica essere tra le principali cause di morte nei paesi sviluppati; invece, nel film non solo viene normalizzato ma diventa elemento centrale: non si toglierà facilmente l'immagine di un Presidente in preda alle proprie dipendenze da sostanze psicotropiche, tra deliri sulla moglie defunta, autocompiacimento di quanto sia sempre stato bravo a scrivere codici legislativi.
Francamente non è chiaro se Sorrentino abbia voluto esacerbare la fragilità umana o forse non si sia reso conto di aver così talmente normalizzato gli assilli interiori del protagonista dal volerli utilizzare per dimostrarci che anche il Presidente della Repubblica, nonostante la sua caratura istituzionale e dall’alto delle migliaia di pagine di sue pubblicazioni, resti un umano fragile peccatore in balia dei suoi vizi e delle sue senili velleità.




