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«Dio è morto». E noi cosa siamo diventati?

Nietzsche, il vuoto lasciato dal sacro e la crisi spirituale dell’uomo contemporaneo


«Dio è morto».


Poche frasi della filosofia sono state tanto citate e, forse, tanto fraintese.


La pronunciò Friedrich Nietzsche alla fine dell’Ottocento. Ne La gaia scienza ad annunciare la morte di Dio è un uomo folle, che corre al mercato in pieno giorno. Gli uomini intorno ridono. Non credono più e proprio per questo non comprendono la portata di ciò che è accaduto.


L’uomo folle, invece, l’ha compresa.


Se Dio è morto, non è semplicemente scomparso l’oggetto di una fede religiosa. È venuto meno il punto verso il quale per secoli l’Occidente aveva orientato il bene e il male, il senso della vita e della morte, il limite, il dovere, la speranza.


Nietzsche pone allora una domanda terribile: che cosa accadrà all’uomo quando comprenderà davvero ciò che ha fatto?


Forse quella domanda è arrivata fino a noi.


Dipinto barocco del filosofo Diogene con una lanterna al centro di un affollato mercato con persone e animali - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jacob_Jordaens_and_Workshop_-_Diogenes_searching_for_an_honest_man.jpg
Jacob Jordaens, Diogene alla ricerca di un uomo onesto, 1642 circa, olio su tela, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda.

Il vuoto non rimane vuoto


Non occorre essere credenti per comprendere il problema. Sarebbe assurdo sostenere che senza Dio non possa esistere una morale. La questione è un’altra: può una società vivere senza interrogarsi sul fondamento dei propri valori?


Abbiamo contestato autorità, tradizioni e modelli che sembravano immutabili. Molte di queste trasformazioni sono state autentiche conquiste.


Ma ogni liberazione porta con sé una domanda: liberi per che cosa?


Il vuoto lasciato dalle vecchie appartenenze non è rimasto vuoto. Lo abbiamo riempito con il consumo, la prestazione, l’immagine, il bisogno di approvazione.


Esisto perché qualcuno mi vede. Valgo perché qualcuno mi desidera. Sono felice perché posso ottenere ciò che voglio.


E quando non posso ottenerlo?

 

Quando l’altro dice no


Ogni giorno la cronaca ci pone davanti alla violenza: un uomo non accetta la fine di una relazione, un adolescente umilia un compagno, qualcuno aggredisce per un parcheggio, una precedenza, una parola.


Il femminicidio ne rappresenta una delle manifestazioni più atroci: la persona che dice «non ti voglio più» cessa di essere riconosciuta come un essere autonomo e diventa qualcosa che mi viene sottratto.


Sarebbe semplicistico affermare che tutto questo accade «perché Dio è morto». Le cause della violenza sono molteplici.


La filosofia può però porre una domanda ulteriore: che idea dell’uomo rende possibile considerare l’altro qualcosa che mi appartiene?


Il problema comincia prima della violenza. Quando il desiderio diventa diritto, il diritto pretesa, il limite un’offesa. Quando il «no» dell’altro non viene riconosciuto come espressione della sua libertà, ma come un’intollerabile frustrazione della mia.


Forse abbiamo insegnato molto a desiderare e poco a rinunciare. Molto a rivendicare e meno a rispondere delle nostre azioni.

 

Una crisi spirituale


Ed è qui che vorrei recuperare una parola diventata quasi sospetta: spirituale.


Non significa necessariamente religioso.


Spirituale è ciò che riguarda la domanda sul senso. È chiedermi chi sono quando nessuno mi guarda. È riconoscere che l’altro non è un oggetto della mia storia, ma un’esistenza indipendente da me. È sapere che esistono limiti che rispetto non perché temo una punizione, ma perché riconosco qualcosa che vale più del mio desiderio.


Forse la nostra non è soltanto una crisi economica, politica, educativa o sociale. È anche una crisi spirituale.


E una crisi spirituale non si misura contando quante persone vadano a Messa. Si misura osservando che cosa una società considera sacro.


La vita? La dignità? La parola data? La fragilità? Il corpo dell’altro? La verità? La responsabilità?


Oppure nulla è più veramente inviolabile?


Nietzsche aveva intravisto la vertigine del nichilismo. Non significa semplicemente non credere più. Significa non sapere più perché qualcosa dovrebbe avere valore.


Abbiamo conquistato una libertà che le generazioni precedenti difficilmente avrebbero immaginato. Possiamo scegliere come vivere, chi amare, che cosa credere. Eppure sembriamo sempre più bisognosi di qualcuno che ci dica cosa desiderare e persino come essere felici.


Forse uccidere Dio era soltanto l’inizio.


Il difficile sarebbe stato vivere dopo.

 

Chi decide che cosa è normale?


Una società che perde un linguaggio condiviso del bene e del male non smette di giudicare. Cambia il linguaggio con cui lo fa.


Sempre più spesso non diciamo che qualcosa è giusto o sbagliato: diciamo che è sano o patologico. Parliamo di disturbi, traumi, condizionamenti, fragilità.


In molti casi è stato un progresso: abbiamo riconosciuto come sofferenza ciò che un tempo veniva liquidato come vizio, colpa o debolezza.


Ma che cosa accade quando il linguaggio della patologia comincia a occupare anche lo spazio dell’etica?


Comprendere significa assolvere? Spiegare un comportamento significa cancellarne la responsabilità?


E soprattutto: chi decide, oggi, che cosa è normale?


È da questa domanda che dovremo ripartire.


Perché forse, dopo la morte di Dio, non abbiamo smesso di costruire altari.


Abbiamo semplicemente cambiato ciò che vi abbiamo collocato sopra.

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