DDL Caccia, un passo indietro per la scienza. Intervista a Rosario Balestrieri.
- Mario Bove
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Il suono leggero di un battito d’ali, un saltellare fra l’erba, il grufolare selvaggio, impronte disseminate nel terreno smosso. Il fragore improvviso di uno sparo, l’abbaiare dei cani, voci umane. Un bosco è un ecosistema complesso e quelli italiani da sempre rappresentano uno scrigno di biodiversità molto delicato. La facilità con cui la quiete che vi regna possa essere rotta ne è la metafora più calzante. L’Italia, per la sua posizione nel Mediterraneo, è la tappa ricorrente per le migrazioni di numerose specie di volatili e per centinaia di mammiferi che qui si sono adattati alla perfezione. Lo sanno bene gli etologi, gli scienziati dell’ambiente e anche i cacciatori.

Viene da pensare che proprio questa estrema biodiversità muova gli appetiti dei fucili e del nuovo ddl 1552 che vuole ampliare le possibilità legate alla caccia. Non aggiorna semplicemente al L. 157/92 ma ridisegna completamente il perimetro che demarca l’attività venatoria e la protezione faunistica a scapito della seconda. Tutto sostenendo come giustificazione la necessità di tenere a freno il proliferare di alcune specie (vedasi i cinghiali non italici, introdotti a scopo venatorio) ma senza tenere conto del mutato scenario della crisi climatica o, più semplicemente, degli organismi scientifici di settore.
Tante le critiche mosse e le forti proteste da parte di tutto il mondo ambientalista a partire dalle principali sigle come ENPA, Legambiente, LAV, LIPU e WWF ma non solo. Il gruppo dei contrari abbraccia anche semplici cittadini amanti della natura, a sinistra e sorprendentemente anche fra i favorevoli al governo. Clamore tale da frenare la “procedura d’urgenza” voluta dal Consiglio dei Ministri sul provvedimento, già approvato al Senato e ora in discussione alla Camera.
Prima e dopo il paventato ridimensionamento dell’ISPRA nello stabilire i calendari venatori, non sono tardati ad arrivare pareri scettici da scienziati, ricercatori e da chi conosce bene il mondo animale. Ne parliamo proprio con un ornitologo, il dr. Rosario Balestrieri, membro del Consiglio Direttivo del CISO Centro Italiano Studio Ornitologici nonché presidente di dell’Associazione di Tutela Ambientale Ardea APS e divulgatore scientifico.
Quali sono gli aspetti più critici di questo provvedimento?
L’approvazione di questo disegno di legge rappresenta un preoccupante passo indietro per la tutela della biodiversità in Italia. Il provvedimento compie un errore scientifico di fondo: tenta di equiparare la caccia ludico-ricreativa al controllo faunistico, elevando il prelievo venatorio privato a presunta “funzione di gestione” del territorio. L’aspetto più critico di questa riforma è il drastico depotenziamento dell’ISPRA, i cui pareri scientifici sui calendari venatori vengono privati del loro valore vincolante. Smantellare il primato della scienza per frammentare la gestione della fauna tra le singole Regioni significa ignorare le leggi dell’ecologia. Gli uccelli migratori si muovono su scala internazionale e non riconoscono i confini amministrativi: proteggerli richiede una visione d’insieme scientificamente rigorosa, non una deregolamentazione guidata da interessi particolari.
Quali problematiche ambientali può comportare già oggi l’attuale legge risalente al 1992?
La legge 157/92 è stata un pilastro, ma risente del tempo. Il problema odierno non è l’impianto di tutela, ma il fatto che non era strutturata per gestire i cambiamenti climatici attuali (che alterano i tempi di nidificazione e migrazione degli uccelli) e l’esplosione demografica di specie opportuniste (come i cinghiali), indotta anche dalle continue immissioni a scopo venatorio. Anziché aggiornare la legge in senso scientifico, il nuovo Ddl ne deregolamenta i vincoli di protezione.
Un cacciatore che non abbia una formazione scientifica in campo zoologico può essere definito un “regolatore biologico” o un soggetto che possa tutelare l’ambiente?
No, questa definizione è priva di qualsiasi fondamento scientifico. Un cacciatore non possiede competenze zoologiche ed ecologiche certificate per valutare le dinamiche di popolazione o la capacità portante di un ecosistema. La caccia risponde a logiche puramente ricreative o commerciali e tende a prelevare gli individui più sani e forti come nel caso della trofeistica. I veri regolatori biologici sono i grandi predatori, che selezionando i soggetti malati o deboli migliorano la fitness genetica della specie predata. Inoltre, se da un lato un comune cittadino può ingenuamente pensare che il cacciatore serva a ridurre il numero di cinghiali, questa funzione diventa paradossale e grottesca se applicata a specie che non hanno alcun bisogno di controllo. È il caso della passera d’Italia, dei migratori che sorvolano la nostra penisola solo per andare a nidificare altrove, o peggio ancora, di specie come la pernice bianca e il fagiano di monte: uccelli tristemente in declino nel nostro Paese, per i quali non si comprende quale possa essere il beneficio ecologico di un ulteriore prelievo.
Può spiegare la questione legata ai richiami “vivi”? In cosa consiste e qual è la problematica legata al ddl?
L’attuale quadro normativo stabilisce una netta linea di demarcazione tra due attività profondamente diverse. Da un lato vi è la cattura per scopi scientifici: un’attività rigorosa, condotta esclusivamente da personale formato e autorizzato previo superamento di esami abilitativi ad hoc, il tutto coordinato a livello centrale dall’ISPRA tramite il Centro Nazionale di Inanellamento. Dall’altro lato, vi è la cattura finalizzata alla detenzione di richiami vivi. Questo dualismo non rappresenta un mero formalismo burocratico, ma costituisce il presupposto fondamentale per garantire la qualità e l’affidabilità dei dati scientifici sulle rotte migratorie transcontinentali.
Nel momento in cui la nuova proposta di legge tenta di sovrapporre questi due mondi, estendendo in modo ipertrofico le competenze delle singole Regioni sugli impianti di cattura, si introduce una pericolosa opacità nel sistema. L’inevitabile conseguenza di una maggiore discrezionalità a livello locale, unita al contestuale indebolimento del controllo centralizzato, sarà l’allargamento delle maglie della legalità, agevolando la proliferazione di pratiche illecite. Consentire nuovamente il prelievo in natura di uccelli selvatici, persino a fronte di una consolidata e sufficiente disponibilità di soggetti nati in cattività, configura un inaccettabile salto indietro di decenni nel percorso di tutela della biodiversità.
Quali danni può comportare la caccia agli uccelli migratori?
Il Ddl in discussione introduce una gravissima deregolamentazione temporale, eliminando il vincolo che vieta la caccia oltre la prima decade di febbraio e permettendo alle Regioni di discostarsi dai pareri scientifici dell’ISPRA. In un’epoca di profondo cambiamento climatico, in cui molte specie anticipano già da decenni il rientro nei territori riproduttivi e l’inizio della nidificazione, la norma va ostinatamente nella direzione opposta a quella indicata dalla scienza. Estendere la stagione venatoria a febbraio, significa colpire gli uccelli migratori nella fase più vulnerabile del loro ciclo biologico. Questo limite temporale non è una scelta arbitraria: la Corte di Giustizia UE ha stabilito fin dal 1994 che durante la migrazione prenuziale la protezione deve essere totale e non negoziabile. Declassare il parere dell’ISPRA per equipararlo a quello del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale, un organo consultivo composto in maggioranza da cacciatori, espone il nostro Paese a rischi enormi. Non si tratta di allarmismo: l’Italia ha già subito una condanna europea nel 2010 ed è oggetto di una procedura EU Pilot. La stessa Commissione Europea ha formalmente scritto al Governo evidenziando come il prolungamento della caccia a febbraio violi la Direttiva Uccelli.
La funzione di tutela delle aree protette può essere messa a rischio da un incremento della pratica venatoria?
Sì, decisamente. Il testo semplifica la possibilità di effettuare piani di abbattimento d’urgenza anche nelle aree protette. I parchi naturali nascono come zone di totale rifugio e “tranquillità faunistica”. L’introduzione della pressione venatoria in queste oasi provoca effetti che si abbattono ben oltre le specie target. La comunità di uccelli nelle aree disturbate dall’esercizio venatorio interrompe l’alimentazione o altre azioni. Specie super protette e non cacciabili si ritroverebbero fra gli spari e questo può favorire l’abbandono di habitat vitali anche se non sono il bersaglio.
Il lupo da solo non può tornare a bilanciare il numero dei cinghiali?
Il lupo è un predatore formidabile che consuma un numero altissimo di piccoli e giovani di cinghiale, svolgendo così un ruolo di contenimento naturale fondamentale. Tuttavia, la densità dei cinghiali in Italia ha raggiunto livelli insostenibili in molte aree, a causa di una serie di concause tra le quali spiccano i passati ripopolamenti effettuati a scopo venatorio con ceppi centro-europei, decisamente più grandi e prolifici di quello autoctono. In determinati contesti, la sola predazione naturale non basta a ridurre efficacemente i numeri e i danni all’agricoltura sono ormai ingenti ed evidenti. È utile ricordare che il cinghiale è una specie da sempre cacciabile che non ha mai beneficiato di regimi di protezione: nonostante la costante pressione venatoria, la popolazione è aumentata. Pertanto, nelle aree di forte conflitto, andrebbero attuati piani di controllo faunistico mirati, già ampiamente possibili con la normativa vigente, che utilizzino sistemi di cattura e abbattimento più strategici delle semplici fucilate. L’uso dei chiusini (gabbie di cattura), ad esempio, permette di intercettare interi gruppi familiari. Questo approccio è radicalmente più efficiente delle battute di caccia con mute di cani, le quali provocano la fuga disordinata e la dispersione dei branchi su ampi territori, spingendoli ad attraversare le strade con il serio rischio di causare incidenti stradali.
Anche il lupo, specie non più considerata a rischio dopo anni di protezione, può correre maggiori rischi?
Anche se il lupo non diventa formalmente una specie cacciabile, l'aumento delle deroghe, la semplificazione degli abbattimenti d’urgenza e la liberalizzazione di strumenti come i visori termici e notturni creano un contesto di minore controllo sul territorio. Questo aumenta il rischio di bracconaggio “accidentale” o intenzionale.
In che modo questo ddl entra in contrasto con le direttive europee?
Per comprendere il dibattito sul Ddl italiano dobbiamo guardare alla Direttiva Uccelli, pietra miliare europea nata dal principio scientifico che i migratori ignorano i confini politici e richiedono tutele comuni e invalicabili, come il divieto di catture di massa e la protezione assoluta di riproduzione e migrazione prenuziale. Legiferare oggi alla cieca, allentando le tutele interne, espone l’Italia a un pericoloso cortocircuito istituzionale. Proprio in questo momento, infatti, l’intera architettura faunistica continentale è sottoposta a uno storico ”Stress Test” della Commissione Europea, con una consultazione pubblica aperta fino ad agosto 2026. Questo esame deciderà se blindare ulteriormente la biodiversità contro la crisi climatica o cedere alle spinte di deregolamentazione. Muoversi oggi in controtendenza significa condannare anzitempo la riforma nazionale a essere travolta dagli esiti di Bruxelles.
