Dal Donbass a Gaza: quando vale una ricostruzione e quando solo macerie e silenzio
- Ilenia D’Alessandro

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min
In Europa si discute seriamente di usare i patrimoni dello Stato e delle banche della Russia, congelati come i conti dei gerarchi vicini al governo, per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina. Si tratta di cifre gigantesche: dall’inizio della guerra molti governi occidentali hanno congelato decine di miliardi in riserve russe, titoli di Stato, beni finanziari. Risorse che ora vengono presentate come “prestito-riparazione” per aiutare la ricostruzione di infrastrutture, case, scuole, ponti e ospedali in Ucraina distrutti dall’esercito russo. L’idea, in linea di massima, è questa: chi rompe paga. Un principio semplice e abbastanza universale.

E allora spostiamo lo sguardo a Gaza. Secondo il più recente rapporto congiunto di World Bank, European Union e United Nations, la ricostruzione necessaria, dopo mesi di guerra, richiederà almeno 53,2 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Di questi, circa 30 miliardi (il 53%) servirebbero solo per edifici e infrastrutture fisiche: case distrutte, strade devastate, reti idriche irreparabilmente inutilizzabili, ospedali rasi al suolo.
Eppure, nonostante questa stima, che parla chiaro quanto una cartina copiata con la carta carbone, non si avverte da parte delle stesse istituzioni la medesima determinazione: non si propone che chi ha compiuto la distruzione, Israele, sia chiamato a farsi carico di un risarcimento o di un fondo di ricostruzione. Insomma, Israele rompe ma non paga.
Il solito doppio standard: se in Ucraina si mobilitano piani, prestiti, idee concrete, per Gaza la distruzione sembra destinata a restare come una ferita aperta, con macerie ancora fumanti e un popolo che aspetta e muore.
La questione è costata il lavoro a un giornalista italiano, Gabriele Nunziati, che a Bruxelles ha posto una domanda semplice: “Se si chiede alla Russia di pagare la ricostruzione dell’Ucraina, perché non chiedere a Israele di pagare quella di Gaza?” Non è era una provocazione: era una domanda logica, coerente nel ragionamento ma per questo, appunto, scottante. Poche settimane dopo, Nunziati è stato licenziato. La sua “colpa”? Avere osato chiedere un risarcimento per Gaza come si fa per Kiev.
Quando si tratta di Ucraina i soldi, anche quelli congelati agli aggressori, sono considerati “giustamente riciclabili”. Ma quando si parla di Gaza, la distruzione resta e il risarcimento non esiste. Così, quelle stesse logiche di “danni e riparazione”, che per l’Est Europa suonano chiare e urgenti, per la Palestina si incagliano in un silenzio istituzionale, in un’ipocrisia che pesa su vite, speranze e generazioni.
E la domanda che volevano mettere a tacere è ancora lì, a chiedere risposte: se per alcuni la ricostruzione è un diritto, per altri quindi è un privilegio? Le vite della popolazione palestinese valgono meno, dunque, delle vite del popolo ucraino?






