Il “mai più” è un imperativo universale o un esercizio di memoria selettiva?
- Gianpaolo Trotta

- 30 ott
- Tempo di lettura: 3 min
Da docente, mi sono sorpreso a pensare spesso negli anni scorsi e ancor di più quest’anno, alla cosiddetta “giornata della memoria”, la commemorazione che il MIUR, dal 2000, impone di celebrare il 27 gennaio di ogni anno. Questo dovere educativo diventa un compito etico e didattico sempre più difficile da onorare, alla luce dei fatti in Palestina; infatti tali commemorazioni dovrebbero avvenire simultaneamente ad una catastrofe umanitaria che fa sorgere spontaneamente nei docenti e negli alunni, nel momento in cui ci si trova ad affrontare in classe tali argomenti, delle domande, ad esempio: come si può parlare di contrasto all’odio e ai crimini di massa senza citare, allo stesso tempo, l’orrore consumato a Gaza? Il “mai più” è forse un imperativo selettivo, vale solo per alcuni gruppi e non per altri? Come rispondere agli studenti che sollevano questioni di giustizia universale e non, appunto, selettiva?

Corriamo il rischio che una lezione sulla Shoa diventi un vuoto esercizio retorico, scollegato dal sentire comune, una presa di posizione dei “piani alti”, distante dalla realtà del dramma che è sotto gli occhi di tutti.
Forse la soluzione per uscire da questa posizione scomoda potrebbe essere quella di ampliare l’orizzonte, partendo dalla Shoa nella sua unicità storica, per “usarla” come modello per comprendere tutti i genocidi e i crimini di guerra. Forse sarebbe più opportuno parlare di “olocausti”, al plurale, andando a studiare il genocidio degli Armeni, quello dei Nativi Americani, le stragi di massa in Bosnia, in Ruanda, in Cambogia, includendo infine la sofferenza storica attuale del popolo palestinese in questa riflessione ad ampio raggio, volendo significare che la difesa dei diritti umani e la condanna dei crimini di guerra non possono avere confini geografici, religiosi e politici.
Ecco, la mia riflessione si trasforma in proposta: passare da una celebrazione che corre il rischio di scivolare in paragoni storici che si espongono alla possibile banalizzazione degli eventi, ad un laboratorio di educazione civica in cui trattare i temi dei meccanismi dell’odio, ovvero come la propaganda, l’indifferenza e la disumanizzazione del nemico possono portare a crimini di massa; il tema del diritto internazionale che no, non vale “fino a un certo punto”, e delle leggi e istituzioni nate proprio come risposta agli orrori della seconda guerra mondiale.
In sintesi, la sfida è passare da un vuoto rito commemorativo a un impegno etico vivo e non slegato dal presente. Saremo all’altezza? Lo sarà il Ministero, lo saranno i docenti e gli studenti?


















