Cittadino Zero. L’era degli AI political influencer
- Michelle Grillo

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 4 min
Cittadino zero ha più di trentaseimila follower, capelli biondi, occhi chiari e maglietta bianca. Una voce calma e rassicurante che parla di giustizia, riforme e di valori, e una biografia che recita: «Sono Cittadino Zero, il primo avatar che difende i valori dell’Occidente. Coscienza reale in un corpo virtuale. E tu da che parte stai?».
È apparso sui feed di Instagram in questa campagna referendaria sulla riforma della giustizia in Italia, presentandosi come un cittadino qualunque, persona perbene, e con due dettagli importanti: è pronto a votare Sì e non esiste. O meglio, esiste come CGI generato con intelligenza artificiale. Su YouTube si descrive come «il primo avatar che difende i valori dell'Occidente». I suoi video circolano ricondivisi dalla Lega e dai canali del Comitato Sì Riforma. Quando gli è stato chiesto chi ci fosse dietro, ha risposto di non essere stato ingaggiato da nessuno, di non prendere soldi e di essere solo un cittadino che parla. Cittadino Zero non nasce dal nulla, è solo l'ultimo anello di una catena evolutiva che ha attraversato quasi un decennio di sperimentazione digitale, partendo dalla moda e arrivando, oggi, alla politica.
Nel 2016 nasceva Lil Miquela, avatar con tratti iperrealistici presentata come una ragazza di vent'anni appassionata di musica e impegno sociale. L’anno dopo arrivava Shudu Gram, lanciata come «la prima supermodella digitale al mondo», con un’estetica così raffinata da ingannare anche professionisti del settore. Poi decine di virtual influencer su Instagram e TikTok, poi i digital twin, cloni fotorealistici di persone reali. Figure artificiali che hanno progressivamente colonizzato spazi di comunicazione sempre più sensibili, fino a varcare la soglia della politica.
Cittadino Zero, d’altra parte non è nemmeno un caso isolato. Il 2024 è stato, infatti, l’anno in cui l’avatar politico è diventato una presenza strutturale nelle campagne elettorali di tutto il mondo. In Corea del Sud già nel 2022, Yoon Suk-yeol aveva costruito AI Yoon, un deepfake dichiarato, creato con venti ore di riprese e tremila frasi registrate appositamente, che parlava ai giovani con il linguaggio dei videogame e dell’ironia online, un avatar capace tuttavia di spostare i consensi e costringere il rivale a costruire il proprio clone. In Pakistan, Imran Khan, in carcere, con il partito messo fuorilegge, ha tenuto comizi virtuali attraverso un clone vocale generato con un software da 99 dollari, con audio sovrapposto a immagini di archivio e ogni video dichiarava esplicitamente “AI version”. Nel Regno Unito, Steve Endacott si è candidato come indipendente a Brighton Pavilion con un avatar AI al suo posto, promettendo di votare in Parlamento esattamente come indicato dai cittadini tramite la piattaforma, raccogliendo però solo 179 voti. In Indonesia, il candidato presidenziale Prabowo Subianto ha usato un avatar AI dall’aspetto morbido e rassicurante per costruire un’immagine di figura paterna su TikTok, vincendo le elezioni tra molte polemiche.
Il punto, però, è il patto comunicativo. Se nella moda e nell’intrattenimento il carattere artificiale dell’avatar è generalmente dichiarato o facilmente intuibile e il pubblico sa bene che Lil Miquela non esiste, quando questo meccanismo viene importato nella comunicazione politica il patto vacilla e lo spazio di gioco rischia di diventare qualcos’altro.
Gli influencer virtuali costruiscono il loro “potere” persuasivo sul paradosso di generare un aggancio emotivo autentico pur essendo esplicitamente non autentici, eppure i follower si affezionano alla loro storia, condividono i loro post, si identificano con i loro valori.
Cittadino Zero, nel caso specifico, diventa un caso perché importa questo meccanismo nella sfera politica aggiungendo però l’aggravante strutturale che si chiama “cittadino” vestendo i panni della persona comune, parlando di democrazia e valori civili, simulando la voce del popolo ma sottraendosi a qualsiasi accountability.
La domanda che Cittadino Zero ci costringe a fare non riguarda solo la tecnologia ma la grammatica stessa della partecipazione democratica, e una promessa implicita che quella grammatica ha sempre contenuto, ovvero la possibilità di un dibattito pubblico in cui i cittadini reali si confrontano, anche duramente, ma si confrontano davvero.
Quella promessa era già sotto pressione prima di “esso”. Il discorso politico si è spostato ormai da tempo dalla piazza alle piattaforme, e con questo spostamento è cambiata la natura stessa dello scambio. L’algoritmo non seleziona i contenuti per la loro rilevanza o veridicità, ma per la loro capacità di generare reazione immediata e le opinioni non si formano attraverso il dialogo ma si radicalizzano nell’eco della propria bolla e dunque si perde il confronto.
In questo contesto, si inserisce il nostro CGI, ben costruito e che dice le cose giuste al momento giusto, senza sbagliare, senza stancarsi e senza mai contraddirsi. Cittadino Zero si infila nello spazio discorsivo che un tempo era riservato ai cittadini reali e ne attiva le risposte emotive, ne simula la voce, senza averne le responsabilità, né la storia. In una sfera pubblica già ridotta a scontro tra fazioni che non si ascoltano, l’avatar non fa che completare il quadro eliminando l'ultimo residuo di soggettività responsabile dalla catena della comunicazione politica.


