Brexit, dieci anni di solitudine
- Mario Bove

- 6 ore fa
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Ebbene sì, sono già trascorsi dieci anni da quando il Regno Unito si svegliava fuori dall’Unione Europea e Nigel Farage brindava con una britannicissima birra calda. Avevano vinto lo scontento per essere sudditi di Bruxelles più che di Elisabetta II, l’insofferenza alla burocrazia contro la libertà economica, i timori di perdere l’identitario british aplomb, l’ignoranza.

Quasi più del risultato referendario fecero scalpore i google trends più cercati all’indomani del voto: “che cos’è la Brexit?” o “quali conseguenze avrà la Brexit?”. I neo-nazionalisti avevano molto da festeggiare per il risultato raggiunto sulla scorta di una profonda disinformazione, tanti slogan (Br-Exit ha fatto scuola, c’è da ammetterlo), un voto polarizzato che vedeva le zone rurali e meno scolarizzate sostenere la via solitaria.
Si complimentarono in parecchi. Tutti dalla stessa parte, a destra, insieme ai mandanti negli Stati Uniti e in Russia. Questa demolizione dell’Europa unita è l’obiettivo conclamato di certe conventicole extra-UE a vantaggio dei competitor geopolitici del vecchio continente.
Ma stanno realmente meglio al di là della Manica? La destra neo-nazionalista con in testa Reform-UK non sembra essere soddisfatta della situazione generale. Dopo lo strappo che ha manovrato, è stata una continua lamentela, intonando il solito mantra degli immigrati, della sostituzione etnica, della perdita di identità, del lavoro.
Un popolo solo e spaventato che ha visto un calo sensibile di diversi indici economici come certifica uno studio della National Bureau of Economic Research. La no-profit americana ha pubblicato di recente uno studio sull’effetto della Brexit sull’economia UK valutando i dati di questo primo decennio. Si stima una diminuzione del PIL fra il 6 e l’8% con un impatto consolidatosi nel tempo, la riduzione degli investimenti intorno al 12-13%, la flessione degli impieghi del 3-4% così come della produttività. “Questi dati riflettono un quadro di elevata incertezza, contrazione della domanda e una pessima allocazione delle risorse. [...] Il confronto con le previsioni contemporanee mostra che queste ultime erano relativamente accurate nel breve e medio termine, ma hanno sottovalutato l'impatto su un decennio.”
Dello stesso avviso, l’Office for Budget Responsability del governo britannico che certifica il calo della produttività e gli ostacoli al commercio derivanti dalle barriere commerciali. E giudizi negativi, ma più blandi, li danno anche la Bank of England e la rivista the Economist.
Sono ben 7 i ricambi sulla poltrona del primo ministro in otto anni, tutti gestiti dai conservatori fino al 2024, con l’arrivo di Keir Starmer, leader del Labour. La Brexit probabilmente non ha giovato nemmeno alla politica di governo che sembra continuare una navigazione a vista. Forse l’unico ad avvantaggiarsene è stato lo stesso Farage, seduto sulla riva del Tamigi a contare i morti e ad aspettare il suo turno.
Nell’insoddisfazione generale, travolto dall’incapacità di reagire alle sfide interne ed esterne, anche il nuovo primo ministro ha rimesso il suo mandato nelle mani del re, innescando poche ore fa un ricambio all’interno del suo partito e al 10 di Downing Street. La sua elezione si era fatta carico di aspettative rimaste disattese. Le sue dimissioni sono arrivate curiosamente proprio quando il Big Ben segnava lo scadere di questi dieci anni.
C’è tanta rabbia fra gli inglesi, la rabbia di chi vive l’insoddisfazione di promesse infrante (forse perché infondate), l’aumento del costo della vita, minori prospettive lavorative per i giovani, il freno alla crescita economica. Intanto, i nervi sono a fior di pelle. È materia di storia e sociologia. Quando montano il caos e lo scontento, le destre estreme riprendono forza, dilagano, viene concesso loro credito in cambio di soluzioni semplicistiche. Sta succedendo di nuovo, adesso.
Questa rabbia si è messa in marcia ed ha levato al cielo cupe vampe, bandiere e simboli di morte, scandisce, in modo paradossalmente poco nazionalista, le stesse parole ripetute in Austria, Germania, Portogallo, Francia, Spagna, Ungheria e, ahinoi, in Italia. Identità, nazione, tradizione, patria, razza… Parole che altrove hanno già portato alla guerra, nel Regno Unito hanno incendiato il pogrom di Belfast.
Certo, ci sono stati più fattori destabilizzanti a livello globale. La pandemia, in cui i conservatori a guida Johnson hanno mostrato tutte le loro incertezze, l’aggressione della Russia contro l’Ucraina, i conseguenti scossoni sul mercato dell’energia e delle materie prime, il 7 ottobre con la vendetta di Israele contro il popolo palestinese, l’espansione in Cisgiordania e verso il Libano. Gli attacchi all’Iran e la chiusura di Hormuz. The Donald.
Il giudizio su questa separazione lo darà il popolo britannico. Da un lato c’è il risentimento che foraggia l’estrema destra. Dall’altro, il fronte europeista che vuole ricostruire la fiducia nell’UE e pianifica una Br-Enter-In con una migliore informazione. Dieci anni di solitudine saranno bastati?



