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Il discorso del Re

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’incipit scelto da Re Carlo III per il suo discorso al Congresso degli Stati Uniti. Citando Oscar Wilde: “We have really everything in common with America nowadays except, of course, language!” (“Abbiamo davvero tutto in comune con l’America oggigiorno tranne, naturalmente, la lingua!”). Il sovrano apre con quella che potrebbe sembrare una semplice battuta. Eppure, è proprio in questa leggerezza apparente che si nasconde la prima, sofisticata operazione linguistica.

Re Carlo III e il presidente Trump alla cena di stato - The White House, Public domain, via Wikimedia Commons
Re Carlo III e il presidente Trump alla cena di stato - The White House, Public domain, via Wikimedia Commons

Perché sì, formalmente Regno Unito e Stati Uniti condividono la stessa lingua. Ma pragmaticamente, oggi, non “parlano” la stessa lingua politica, diplomatica e valoriale. È qui che si innesta l’ambiguità strategica dell’intero discorso: un testo costruito su due livelli, dove ogni enunciato può essere letto e interpretato come celebrazione o come monito, come continuità o come implicita correzione di rotta.

 

Questa ambivalenza non è casuale, ma profondamente diplomatica. In termini goffmaniani, potremmo dire che il discorso lavora costantemente per salvare la “faccia” dell’interlocutore (specialmente in presenza di un Presidente che è noto per le sue reazioni impulsive): nessuna accusa diretta, nessuna frattura esplicita, ma una rete di riferimenti condivisi che permette a ogni parte di riconoscersi senza sentirsi messa sotto accusa. Non sorprende, allora, la standing ovation trasversale ricevuta: il testo è costruito proprio per essere accettabile, e applaudibile, da tutti.

 

Il discorso è un esempio quasi didattico di soft power linguistico. La scelta di un registro solenne, misurato, tipicamente monarchico, segna una distanza evidente rispetto a linguaggi politici più diretti, polarizzanti o populisti. Qui la lingua non è mai aggressiva, ma nemmeno neutra: è calibrata, stratificata, intenzionalmente densa.

 

La scelta linguistica, in un discorso come questo, non è un semplice “contenitore” del messaggio: è il messaggio stesso. Quando Re Carlo III adotta un registro solenne, misurato, quasi rituale, non sta solo rispettando un protocollo monarchico, ma sta attivamente costruendo un campo semantico in cui certe reazioni diventano più probabili e altre meno legittime. E, non secondariamente, attinge a una tradizione profondamente britannica: quella dell’understatement, dell’allusione elegante, del dire senza dire, che da sempre viene percepita (anche se non sempre apprezzata) come segno di raffinatezza e autocontrollo.

 

Un linguaggio polarizzante, spesso utilizzato dai MAGA ad esempio, divide per definizione: crea un “noi” e un “loro” in opposizione. Al contrario, una lingua come quella usata nel discorso lavora per inclusione, ma senza rinunciare alla complessità. È qui che entra in gioco il vero peso della scelta linguistica: dire qualcosa senza dirlo frontalmente, orientare l’interpretazione senza imporla. In altre parole, guidare il pubblico senza costringerlo. Questa capacità di mantenere più livelli di lettura, senza perdere compostezza, è ciò che rende questo stile non solo efficace diplomaticamente, ma anche riconoscibilmente “british” e, in molti contesti internazionali, particolarmente autorevole.

 

Ma vediamone alcuni esempi.

 

Un primo elemento chiave è l’uso insistito dei pronomi inclusivi: “we”, “us”, “our”. Questi non indicano soltanto un’alleanza bilaterale tra Regno Unito e Stati Uniti, ma evocano una comunità più ampia: l’Occidente, l’Europa, le democrazie liberali. È una costruzione discorsiva che amplia il perimetro dell’identità condivisa e, allo stesso tempo, ne rafforza l’obbligatorietà: essere parte di quel “noi” implica responsabilità.

 

Non è un caso che questa comunità venga ancorata storicamente. Il riferimento alla Regina Elisabetta II, presente nel 1939 accanto al padre, richiama l’alleanza contro il fascismo come momento fondativo. Il sottotesto è chiaro: se allora l’unità era necessaria, lo è anche oggi. La storia non è solo memoria, ma vincolo morale.

 

Un altro tratto linguistico rilevante è l’uso di costruzioni impersonali: “it is our duty to…” (“è nostro dovere…”), “it is essential that we…” (“è essenziale che noi…”), oppure “it is for us to ensure…” (“spetta a noi garantire…”), così come forme passive o semi-impersonali come “must be defended” (“deve essere difeso”) o “are shared” (“sono condivisi”), dove il focus si sposta dall’agente all’azione o al valore in sé. Queste strutture permettono di evitare l’attribuzione diretta di responsabilità, trasformando potenziali accuse in principi condivisi. Non “voi dovete fare”, ma “è importante fare”. La responsabilità si dissolve nel collettivo: we’re in this together.

 

Anche i riferimenti storici e istituzionali sono cruciali nel discorso del re.

 

Uno dei passaggi più densi è il riferimento a “no taxation without representation” (“nessuna tassazione senza rappresentanza”), evocato simbolicamente sotto la Statua della Libertà. È un richiamo potente all’identità americana, ma anche un promemoria: la libertà implica responsabilità, e il potere deve sempre rispondere ai cittadini.

 

Questo tema si intreccia con altri riferimenti storici e giuridici: la Magna Carta, il principio di “draw strength in diversity” (“trarre forza dalla diversità”, non a caso uno dei motti dell’UE), e il fatto che l’American Bill of Rights derivi “often verbatim” (“spesso parola per parola”) dalla Declaration of Rights inglese. Qui il discorso compie un’operazione sottile ma incisiva: ricorda agli Stati Uniti che i loro valori fondativi hanno radici europee. Non è una rivendicazione, ma un invito implicito alla cooperazione, in opposizione a logiche isolazioniste.

 

Nel contesto del Congresso, il riferimento al sistema di “checks and balances” assume un significato particolarmente carico di significato. Non è solo una descrizione del sistema politico americano, ma quasi un invito all’azione: il potere è distribuito, e quindi anche la responsabilità lo è. Il sottotesto, ancora una volta, resta affidato all’interpretazione, ma difficilmente passa inosservato.

 

Il discorso tocca anche il piano spirituale. Il richiamo a “turning ploughshares into swords” (“trasformare aratri in spade”) rovescia la celebre immagine biblica, evocando il rischio di un mondo che abbandona la pace per il conflitto. È un riferimento biblico che si inserisce però in un invito più ampio alla tolleranza religiosa.

 

In questo quadro si inseriscono anche i riferimenti alla NATO, all’attivazione dell’Articolo 5 dopo l’11 settembre e alla presenza europea in difesa degli Stati Uniti in quel frangente e, esplicitamente, alla guerra in Ucraina, suggerendo che l’Europa è ancora teatro di crisi e che l’alleanza atlantica non può permettersi distrazioni.

 

Non mancano, infine, i temi più “classici” ma non meno significativi: l’importanza di un’economia condivisa e forte, dell’educazione come investimento strategico e dell’ambiente, da sempre centrale nel pensiero di Carlo.

 

In definitiva, il discorso di Re Carlo III è un esercizio raffinato di diplomazia linguistica. Non dice mai esplicitamente ciò che potrebbe risultare divisivo, ma lo suggerisce costantemente. Non impone, ma orienta. E soprattutto dimostra come, in momenti di tensione globale, la scelta delle parole e delle strutture linguistiche possa diventare uno strumento politico tanto potente quanto discreto.

 

Ed è forse proprio qui che risiede la sua forza: nella capacità di essere, allo stesso tempo, impeccabilmente istituzionale e sottilmente sovversivo. Senza mai alzare la voce, senza mai scivolare nella polemica, Re Carlo III riesce a riportare al centro valori, responsabilità e limiti del potere, offrendo una lezione di stile politico che, per contrasto, finisce inevitabilmente per mettere in luce le crepe di altri linguaggi contemporanei. Una lezione che non umilia, ma espone; non attacca, ma, con estrema eleganza, lascia intravedere tutto.

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