Andrew, Mandelson e l’ombra del privilegio: il Regno Unito al bivio
- Lidia Bonomi

- 2 giorni fa
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Ci sono momenti in cui un Paese è costretto a guardarsi allo specchio. Non per un’elezione, non per una crisi economica, ma per qualcosa di più sottile e insieme più profondo: la sensazione che le regole non valgano per tutti allo stesso modo.
Il caso che ha travolto il Regno Unito nelle ultime settimane è uno di questi.

In febbraio, la polizia britannica ha messo sotto fermo per sospetta misconduct in public office due figure che, per motivi diversi, rappresentano pezzi importanti della storia pubblica del Paese. Il primo è Andrew Mount-Batten Windsor, ex principe e membro senior della famiglia reale, per anni inviato speciale del governo per il commercio internazionale. La polizia lo ha trattenuto, il giorno del suo 66esimo compleanno, per oltre dieci ore mentre prosegue un’indagine sulle sue relazioni con il finanziere americano Jeffrey Epstein, ora deceduto, e su una possibile condivisione di informazioni sensibili del governo britannico durante gli anni in cui Andrew ricopriva incarichi ufficiali. Fermo, questo, separato dalle accuse di abuso sessuale nei confronti di minorenni mosse da Virginia Giuffre, già oggetto di un accordo legale in passato, sulle quali Andrew si è sempre difeso; al momento non esistono prove nuove a carico dell’ex principe. È stato poi rilasciato con l’indagine ancora aperta, senza accuse formali al momento, e ha negato ogni coinvolgimento.
Pochi giorni dopo, la polizia ha arrestato e poi rilasciato su cauzione Peter Mandelson, 72 anni, ex ministro nei governi laburisti e più recentemente ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti. Anche nel suo caso il sospetto riguarda la possibilità di aver passato informazioni governative “sensibili e potenzialmente rilevanti per i mercati” a Epstein negli anni 2008-2010, quando Mandelson era ministro dello sviluppo economico. Non ci sono accuse di reati sessuali nei suoi confronti; l’ipotesi di reato è sempre misconduct in public office, cioè abuso o cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica, un’accusa che in teoria può portare anche a pene severe se provata in tribunale.

Questi fermi sono emersi dall’analisi di milioni di pagine di documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti relativi ai cosiddetti “Epstein files”, che hanno messo sotto i riflettori legami, comunicazioni e contatti tra Epstein e figure politiche e istituzionali di primo piano.
Il Regno Unito è la patria del famoso slogan Keep Calm and Carry On (“Rimani calmo e vai avanti” - chi non ha una tazza-souvenir con queste parole?) e del Never complain, never explain (Mai lamentarsi, mai spiegarsi), reso celebre da Elisabetta II. È un Paese che ha fatto della compostezza una virtù nazionale. Ed è anche il Paese che mi ha accolta più di dieci anni fa e che continuo a chiamare casa, nonostante la pioggia orizzontale e gli inverni infiniti.
Ciò che mi ha conquistata è stata proprio quella combinazione quasi paradossale tra disciplina istituzionale e compassione umana. Una compassione incarnata da figure come Diana Spencer, capace di rompere protocolli pur di avvicinarsi agli ultimi; o, fuori dalla monarchia, dal calciatore Marcus Rashford, che durante la pandemia ha costretto il governo a garantire pasti gratuiti ai bambini più vulnerabili. E insieme, un sistema di regole e procedure che promette, almeno sulla carta, trasparenza, accountability (parola che non esiste in italiano ma è resa con ‘responsabilità’, ‘trasparenza’), giustizia.
Parliamoci chiaro: il sistema è tutt’altro che perfetto. Basta guardarsi un film di Ken Loach per capire quanto siano profondi i buchi del welfare, o leggere This Is Going to Hurt di Adam Kay (“Le farò un po’ male. Diario tragicomico di un medico alle prime armi”, tradotto e pubblicato in Italia da Lastaria Edizioni) per rendersi conto di quanto il sistema sanitario pubblico sia sotto pressione, a volte al limite del collasso. Le disuguaglianze esistono, il classismo pure. E pesa.
Storicamente, l’upper class britannica ha spesso got away with murder. L’espressione non va presa alla lettera, ma quasi: significa farla franca, uscire indenni anche da comportamenti gravissimi grazie a titolo, denaro, relazioni. Significa che il cognome può trasformarsi in scudo, che la rete sociale può diventare una rete di protezione. E finché l’Impero prosperava e l’economia reggeva, molti forse erano disposti a tollerare questo squilibrio implicito.
Ma dopo la pandemia e dopo la Brexit, il Paese è più fragile, più povero, più disilluso. Il costo della vita è salito, i servizi pubblici arrancano, la fiducia nelle élite si è erosa. E la pazienza collettiva si è assottigliata.
Ci sono alcune cose su cui i britannici non transigono: i bambini, gli animali, la natura e l’abuso di potere. Quando si ha la percezione che qualcuno abbia sfruttato il proprio status per sottrarsi alle conseguenze, la compostezza nazionale lascia spazio a un’indignazione silenziosa ma determinata. Non è una rabbia urlata: è qualcosa di più freddo e, forse, più pericoloso per chi sta al vertice.
La monarchia, in questo contesto, non è un semplice ornamento costituzionale. È un simbolo. E i simboli vivono o muoiono sulla base della fiducia.
Edoardo VIII dovette abdicare per una scelta sentimentale che confliggeva con le convenzioni del tempo. Oggi la questione non riguarda la morale privata, ma l’etica pubblica. Se le regole valgono per i cittadini comuni, devono valere anche per chi porta un titolo.
Mandelson, in questa vicenda, rappresenta qualcosa di ancora più inquietante: il possibile intreccio tra potere formale e potere informale, tra istituzioni e reti di influenza. È l’ombra che si muove nei corridoi, la dimostrazione che i sistemi non si proteggono solo con dichiarazioni ufficiali, ma con silenzi, telefonate, favori. Se le accuse saranno confermate, non si tratterà solo di responsabilità individuali, ma di un fallimento collettivo di vigilanza.
In un Paese dove Diana continua a essere amata come simbolo di autenticità e rottura, la nuova generazione reale si trova davanti a una scelta cruciale. La monarchia può chiudersi a riccio, confidando nella tradizione e nell’abitudine. Oppure può scegliere una trasparenza radicale, accettando che il privilegio non sia più una zona franca.
Qui le regole sono regole. È una frase che ho sentito ripetere infinite volte. Ed è vera, soprattutto quando il sistema decide di applicarle senza guardare in faccia nessuno.
La domanda, ora, è semplice e insieme enorme: la monarchia saprà dimostrare che nessuno è al di sopra della legge? Perché in un Regno Unito più fragile e più consapevole, la sopravvivenza dell’istituzione non dipenderà dalla tradizione, ma dalla credibilità.
E la credibilità, oggi, passa da una parola che per troppo tempo è rimasta sussurrata: responsabilità.




