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“Al mio paese” e la realtà di chi al Sud ci vive tutto l'anno

L’estate italiana quest’anno ha trovato il suo tormentone musicale: è “Al mio paese”, la canzone firmata da Serena Brancale con Levante e Delia. Tra ritmi trascinanti e sonorità mediterranee, il brano è diventato in poche settimane un successo travolgente ma ha sollevato dietro di sé un dibattito molto acceso. Il motivo è semplice: il brano tocca un nervo scoperto e mai rimarginato, quello della rappresentazione del Mezzogiorno.

 

Al primo ascolto c’è dentro tutto il repertorio classico dell’estate meridionale: le luminarie della festa patronale, le sedie di plastica messe fuori dalla porta, la devozione popolare, gli abbracci ai parenti ritrovati. Un quadro che pizzica le corde della memoria e che descrive un pezzo di verità, sia chiaro, ma che finisce per confezionare l’ennesimo ritratto edulcorato. Quello del solito, rassicurante, e superficiale, "effetto cartolina".

 

In questo spaccato, il meridione diventa il luogo del non-lavoro, della parentesi, del riposo. Come ha notato la sociologa Claudia Fauzia, il Sud appare come un’entità pietrificata: non produce, non cambia e soprattutto non pretende nulla. Sta lì, immobile, ad aspettare che qualcuno torni a trovarlo. Ma la tanto decantata "vita lenta" è un lusso che può concedersi solo chi giù ci torna in ferie, magari con un contratto sicuro firmato a Milano o all'estero. Per chi ci vive 365 giorni all'anno, quella lentezza ha un altro nome: immobilismo.

 

Il Sud di chi ci passa due settimane ad agosto non è — e non sarà mai — lo stesso di chi ci resta. Anzi, siamo arrivati al paradosso per cui fare le vacanze al Sud è diventato proibitivo per i meridionali stessi, messi alla porta da prezzi fuori controllo e da un modello economico pensato ad hoc per chi ha tasche molto piene.

 

C'è una frattura profonda tra la nostalgia chiara e legittima di chi è dovuto partire e la fatica quotidiana di chi sceglie di rimanere. Restare è ormai un atto di resistenza contro un territorio che si svende al turismo e si dimentica dei propri residenti, lasciandoli a fare i conti con la mancanza cronica di lavoro dignitoso e con servizi allo stremo. Se chi parte torna per rincorrere un ricordo, chi resta deve sgomitare ogni giorno per pretendere l'essenziale: una sanità che funzioni, trasporti degni di questo nome, risposte a una crisi climatica che tra siccità e incendi sta divorando la terra. Mentre i borghi diventano vetrine patinate, chi ci abita paga il prezzo della gentrificazione e dell’emergenza abitativa, soffocato dalla proliferazione selvaggia di B&B e strutture ricettive.

 

Non si tratta di fare un processo alle intenzioni delle artiste, tutte meridionali e con una sensibilità autentica. Il problema non è chi narra, ma la struttura della narrazione. Continuare a vendere un Mezzogiorno rurale, pre-moderno e rassegnato fa comodo a un’economia turistica che ha bisogno del Sud solo come luogo dell'evasione. Ma alle latitudini meridionali non servono altre cartoline consolatorie. Serve la pretesa di essere considerati un territorio di cittadini con diritti pieni e non solo un villaggio vacanze a cielo aperto dove venire a ricaricare le batterie durante le ferie.

 

Se già un secolo fa, sulle note di 'O paese d' 'o sole, si cantava la nostalgia di un Sud ideale per dimenticare i dolori dell'emigrazione, oggi la nostra consapevolezza è cambiata: sappiamo che quel divario Nord-Sud non si è mai colmato, che le distanze economiche e sociali sono persino aumentate, e che continuare a nutrirci di vecchi stereotipi serve solo a nascondere le responsabilità del presente.

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