Addio, Francesco Guccini
- Barbaro Antonio Pontoriero

- 7 ago
- Tempo di lettura: 3 min
Se ne va un cantastorie. Resta una parte di noi.
Ci sono artisti che riempiono gli stadi.
E poi ci sono uomini che, senza accorgersene, abitano la vita delle persone.
Francesco Guccini apparteneva a questa seconda categoria.
Ieri non è morto soltanto uno dei più grandi cantautori italiani. Se n'è andato un pezzo della nostra giovinezza. Se n'è andata una voce che ci ha accompagnati quando cercavamo di capire chi fossimo, quando il mondo sembrava ancora abbastanza grande da poter essere cambiato e abbastanza misterioso da meritare di essere interrogato.
Sono cresciuto anch'io con le sue canzoni.
Non erano semplicemente musica.
Erano lezioni di vita.
Ogni disco era un libro. Ogni testo una pagina di filosofia. Ogni concerto un dialogo fra uomini che cercavano un senso senza pretendere di averlo trovato.
Guccini ci ha insegnato che il dubbio è più onesto della certezza.
Che la memoria è una forma di resistenza.
Che la cultura non è sfoggio di erudizione, ma uno sguardo diverso sulle cose.
Nelle sue canzoni vivevano la storia e la politica, l'amicizia e l'amore, il vino e la malinconia, la provincia e il mondo. Vivevano gli uomini comuni.
Per questo ci sembrava uno di noi.
Eppure era molto di più.
Era un poeta.
Basta pronunciare alcuni titoli perché riaffiorino intere stagioni della vita: Eskimo, La locomotiva, Il vecchio e il bambino, Canzone della bambina portoghese, L'avvelenata, Cyrano, Amerigo, Auschwitz.
Ma c'è un'opera che oggi, davanti alla sua scomparsa, assume un valore quasi simbolico.
Radici.
Forse nessun titolo racconta meglio chi fosse Francesco Guccini.
Perché le radici non sono nostalgia.
Sono identità.
Sono ciò che ci permette di restare in piedi quando tutto cambia.
In un'epoca che celebra il nuovo per il solo fatto di esserlo, Guccini ci ricordava che il futuro nasce soltanto da chi sa custodire il passato. Che senza memoria diventiamo foglie trascinate dal primo vento.
Era una lezione filosofica prima ancora che musicale.
Per questo Guccini appartiene a quella tradizione che va oltre la canzone d'autore. In lui risuonano il dubbio di Socrate, l'inquietudine di Pascal, la memoria di Dante, il pessimismo lucido di Leopardi, l'invito di Heidegger ad abitare poeticamente il mondo, la semplicità disarmante di Francesco d'Assisi, capace di vedere l'infinito nelle cose più umili.
Non era un filosofo.
Ma faceva filosofia con le canzoni.
In un tempo in cui tutto deve essere veloce, Guccini chiedeva lentezza.
In un tempo di slogan, pretendeva parole.
In un tempo di opinioni urlate, offriva riflessioni.
Forse è anche per questo che le sue canzoni non invecchiano.
Invecchiamo noi.
Le riascoltiamo a vent'anni e ci sembrano rivoluzionarie.
Le riascoltiamo a quarant'anni e ci sembrano vere.
Le riascoltiamo a settanta e ci accorgiamo che parlavano già di noi, delle persone perdute, delle illusioni svanite, degli amici che non ci sono più, del tempo che passa senza fare rumore.
E allora comprendiamo che Guccini non ha mai scritto soltanto canzoni.
Ha scritto la colonna sonora della nostra memoria.
Oggi molti diranno che è morto un grande cantautore.
È vero.
Ma sarebbe riduttivo.
Se n'è andato uno degli ultimi cantastorie italiani. Uno di quegli uomini che credevano ancora che le parole potessero cambiare qualcosa.
Forse il mondo continuerà a correre come se nulla fosse accaduto.
Le classifiche cambieranno.
Le mode passeranno.
Altri volti riempiranno gli schermi.
Ma da qualche parte ci sarà sempre qualcuno che, in una sera d'estate o davanti a un bicchiere di vino, rimetterà su un disco di Guccini.
Non per nostalgia.
Per ritrovare se stesso.
Perché certi artisti non muoiono davvero.
Diventano memoria.
E la memoria, quando è autentica, continua a cantare anche quando la voce si è spenta.
Ancora oggi mi emoziono ascoltando Il vecchio e il bambino, Canzone della bambina portoghese, Radici e tante altre tue canzoni. Ancora oggi, ogni volta che le ascolto, mi ritrovo a interrogarmi sulla vita, sul tempo, sul senso dell'esistenza. E mi piace pensare che, come me, siano in tanti a cercare nelle tue parole non solo una melodia, ma un modo più umano di guardare il mondo.
Da ragazzo non avrei mai immaginato che, molti anni dopo, ti avrei salutato con queste parole. Ma alcune persone, senza saperlo, diventano compagne di viaggio. Tu lo sei stato.
Ciao, Francesco.
Grazie per averci insegnato che una canzone può essere molto più di una canzone.
Può diventare uno sguardo sul mondo.
E, qualche volta, perfino un modo di attraversare la vita.
Perché certe voci non smettono di cantare quando si spengono.
Continuano a vivere nella memoria di chi resta.



