“A cosa serve vedere, se non ad agire?”
- Antonella Bellantuono

- 6 ott
- Tempo di lettura: 3 min
Proteste, piazze piene di bianco, nero, verde e rosso. Scioperi, flotte che tentano di recuperare frammenti di umanità, attivisti arrestati e torturati. Tutto scorre sullo sfondo di un tempo sempre più incalzante, in cui tutto può cambiare in un minuto, quasi sempre in peggio. E mentre Benjamin Netanyahu conclude il suo discorso alle Nazione Unite lamentando che il mondo non riconosce Israele come “faro del progresso”, le pagine di denuncia di Quando il mondo dorme di Francesca Albanese si rivelano più necessarie che mai.
Già il titolo fotografa il nostro presente: un mondo addormentato, intorpidito, assuefatto alla violenza e a un computo di morti — e forse, solo ora, scosso da un risveglio tardivo. Quando la violenza diventa troppa, quando persino i festival del cinema rifiutano la presenza di attori israeliani, quando la lista dei morti si allunga fino a diventare insopportabile, Gaza non è più lontana: si avvicina all’Europa e ci costringe a guardare.
Quando il mondo dorme è uno dei pochi libri sulla Palestina che si leggono come un romanzo, anche se la sua trama è tragicamente reale. Ricorda, per intensità e dolore, Una mattina a Jenin di Susan Abulhawa, dove la voce di Amal accompagna il lettore attraverso la storia della propria famiglia che si fonde con la storia reale dei palestinesi. Albanese costruisce una narrazione che intreccia la propria esperienza con nove voci — o meglio, otto, poiché il primo capitolo è dedicato a Hind Rajab, la cui storia è stata recentemente portata sullo schermo nel film La voce di Hind Rajab del regista Kawthar ibn Haniyya, accolto con ventidue minuti di applausi al Festival del Cinema di Venezia.
Hind era una bambina di sei anni, uccisa dall’esercito israeliano mentre tentava di fuggire in auto con la sua famiglia dal nord della Striscia di Gaza. La loro corsa si è interrotta davanti a un carro armato che ha aperto il fuoco. Hind è rimasta l’unica sopravvissuta, intrappolata tra i corpi dei suoi famigliari, in contatto per otto ore con un’operatrice della Mezzaluna Rossa palestinese — un dialogo straziante, prima che la sua voce si spegnesse per sempre. Albanese le restituisce dignità, trasformandola nel simbolo dell’infanzia palestinese negata: bambini che conoscono troppo presto la morte, la paura, la violenza dell’occupazione; bambini che comprendono con lucidità disarmante cosa significhi vivere sotto apartheid.
Attraverso questa e le altre storie, l’autrice ci racconta anche la sua esperienza personale a Gerusalemme — città divisa e ferita, ma anche magica, di cui Albanese ne respira la bellezza fragile e l’ingiustizia quotidiana. Tra le voci emergono anche quelle di intellettuali israeliani, come Alon Confino, professore di History of Judaic and Near Eastern Studies al Massachusetts Institute of Technology, e Avi Shlaim, storico israeliano e docente a Oxford. Le loro parole mostrano che criticare l’operato dello Stato di Israele non è solo un gesto di giovani con la kefiah al collo, ma una riflessione condivisa anche da studiosi ebrei e israeliani (categorie troppo spesso fuse), che denunciano l’uso ideologico dell’accusa di antisemitismo come strumento di delegittimazione contro chi sostiene i diritti civili del popolo palestinese o denuncia le violazioni dei diritti umani nei territori occupati.

Albanese affronta tutto questo con rigore e chiarezza, spiegando il diritto internazionale con una semplicità accessibile e una fermezza etica: “Le violazioni del diritto internazionale non dovrebbero essere sottoposte a negoziati, poiché questo legittimerebbe ciò che è illegale.” Per troppo tempo, ricorda, la questione palestinese è stata ridotta a una crisi umanitaria, invece di essere riconosciuta come una questione politica da risolvere in conformità con il diritto internazionale.
Ma Quando il mondo dorme non è solo un atto di denuncia: è anche un insegnamento. Albanese invita a non cedere all’orientalismo e a guardare alla Palestina come a uno specchio del nostro tempo: “La Palestina non è solo una crisi: è lo specchio del fallimento della giustizia internazionale, della credibilità dell’Occidente.”
Due anni dopo il 7 ottobre possiamo dire che il trauma collettivo lasciato da Hamas continua a pesare, ma anche che la risposta israeliana a Gaza ha spezzato il fragile equilibrio su cui si reggeva un’intera narrazione nazionale. Man mano che la verità riaffiora e le coscienze israeliane si risvegliano — con sempre più persone che emigrano o provano vergogna per la propria identità — sembra compiersi, lentamente, un piccolo passo verso la speranza invocata da Albanese. Forse l’umanità sta davvero iniziando a svegliarsi dal suo torpore. Speriamo solo che non lo faccia troppo tardi.






