2 e 3 Giugno 1946: il suffragio universale in Italia
- Daniela Loffredo

- 1 giorno fa
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Il 2 e il 3 giugno 1946 l’Italia fu chiamata a scegliere tra Monarchia e Repubblica, e non si limitò a eleggere i membri dell'Assemblea Costituente, ma in quelle due giornate storiche, il Paese compì il suo vero, primo passo verso una democrazia compiuta: le donne votarono per la prima volta a livello nazionale. Tuttavia, questa svolta non fu una semplice concessione dell'immediato dopoguerra, ma l’arrivo di un percorso lungo, tortuoso e costellato di ostacoli ideologici, legislativi e culturali.
Lo Statuto Albertino, all’articolo 24, recitava testualmente: "Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge". Quel "tutti", dal punto di vista puramente lessicale, non poneva distinzioni di sesso. Eppure, la legge elettorale del Regno, pur senza un divieto esplicito e testuale, escludeva di fatto le donne interpretando il termine "regnicoli" al maschile, e poi il Codice Pisanelli del 1865, attraverso l'istituto dell'autorizzazione maritale, privava la donna sposata di ogni autonomia giuridica ed economica, rendendola legalmente subalterna al marito.
Tra l'inizio del secolo e l'avvento del fascismo, il Parlamento italiano fu sul punto di introdurre il suffragio femminile in almeno due circostanze: nel 1912, quando Giolitti introdusse il suffragio quasi universale maschile, l'estensione del diritto alle donne fu scartata, ritenendo i tempi "non ancora maturi"; nel 1919, l'abolizione dell'autorizzazione maritale e un progetto di legge sul voto alle donne sembrarono aprire la strada alla svolta. Il Senato non fece in tempo a ratificarla perché con la marcia su Roma del 1922 crollò definitivamente ogni speranza democratica. Il fascismo, dunque, ridusse lo spazio politico per tutti, azzerando le libere elezioni e relegando la donna al solo ruolo sociale di "madre della Patria".
A rompere l'isolamento politico fu necessario il trauma della Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, il ruolo attivo della componente femminile nella Resistenza e nei Gruppi di Difesa della Donna. D’altronde, gli anni della guerra avevano già imposto una forzata emancipazione di fatto perché con gli uomini al fronte, internati o caduti, le donne avevano dovuto mandare avanti l'economia familiare, le fabbriche, i campi e l'amministrazione pubblica. Il punto di svolta normativo arrivò prima del referendum: il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, emanato dal governo Bonomi su forte pressione dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Quel decreto riconobbe finalmente il diritto di voto alle donne, ma mancava l'elettorato passivo, ovvero la possibilità per le donne di essere elette. Per colmare questa lacuna si dovette attendere il decreto n. 74 del marzo 1946.
Quando si aprirono i seggi, i numeri dell'affluenza femminile raccontarono una mobilitazione civile senza precedenti, che colse di sorpresa gli stessi partiti politici. Su circa 28 milioni di italiani che si recarono alle urne (pari all'89,1% degli aventi diritto), le donne al voto furono quasi 13 milioni: lunghe e fitte code si formarono fin dalle prime ore del mattino davanti ai seggi di città e borgate. Sui giornali e sui manifesti murali campeggiava l'avviso di presentarsi alle urne senza rossetto sulle labbra, poiché la scheda elettorale doveva essere umettata e incollata per rimanere segreta, l'umidità della saliva avrebbe potuto sciogliere il trucco e macchiare la carta, rendendo il voto nullo. Questo dettaglio divenne il simbolo di una cura e di una solennità quasi sacrale con cui le donne affrontarono l'appuntamento. Per milioni di italiane, quella scheda e quel certificato elettorale rappresentarono il primo vero documento ufficiale intestato a loro nome che non dipendesse legalmente dalla potestà del padre o del marito.
Guardare oggi al 2 e 3 giugno 1946 significa comprendere che il suffragio non fu un punto d'arrivo pacifico o una concessione calata dall'alto, ma l'inizio di una lunga e ancora aperta stagione di emancipazione. Fu il momento esatto in cui l'Italia, vinta la dittatura fascista, decise di essere non una democrazia dimezzata, ma una Repubblica democratica di cittadini e cittadine.




