W l’Italia, l’Italia repubblicana
- Mario Bove

- 1 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Ottant’anni di Repubblica fra glorie e squallide storie, fra un “povera patria” e le notti magiche dei mondiali.

Le storie fondative delle nazioni sono sempre affascinanti perché hanno una narrazione ufficiale, ricostruita dal lavoro degli studiosi sui documenti, accanto al “marketing patriottico” che infonde spirito a un corpo spesso assemblato ad arte, un po’ come la creatura di Frankenstein.
L’Italia non fa eccezione nella sua doppia nascita, prima come monarchia sabauda, con il mito dell’unificazione a opera dei Mille, poi come repubblica nata dall’antifascismo. Una forma di governo – narra un altro mito – scelta gabbando gli elettori con l’effige di una regina come simbolo della Repubblica sulla scheda del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Poi c’è il mito dell’amnistia voluta da Togliatti in nome di una pacificazione sociale per scongiurare una lunga coda di guerra civile. Meglio rattoppare in modo sommario delle profonde ferite anziché affrontare una “cura Norimberga” per i crimini fascisti.
“Scordarsi del passato”, dismettere le macerie, archiviare i delitti del regime, restaurare l’immagine furono i presupposti necessari per ricostruire l’intero paese. DC e PCI in testa si diedero a una competizione serrata per rendere possibile un boom economico che portasse una prosperità materiale alla nazione. Lo scontro riproponeva la contrapposizione statunitense e sovietica che raggelava il mondo intero.
Miti e narrazioni. Lo sviluppo che andava a briglie sciolte, città nate là dove c’era l’erba, la piaga della migrazione interna, nord e sud a due velocità, il tramonto della cultura contadina soppiantata da quella industriale, connotarono lo scontro politico delle masse, le rivendicazioni sociali e l’organizzazione dei gruppi extraparlamentari.
Con la strage di Piazza Fontana a Milano del 1969 si aprirono i cupi anni di piombo che insanguinarono la nazione con scontri armati fra organizzazioni eversive e Stato. Nacque la strategia della tensione con attentati, stragi, tentativi di golpe operati dalla destra neofascista e dalla loggia massonica deviata P2. E poi Gladio, il “metodo Cossiga” per suscitare il risentimento sociale contro la sinistra, i processi sommari delle Brigate Rosse contro “nemici del popolo”, il delitto Moro e la marcia dei 40.000 alla FIAT di Torino che diedero via al riflusso politico.
Iniziavano a sgretolarsi i grandi aggregatori. Nel trauma sociale della violenza politica patita per un lungo decennio, si insinuavano l’ideologia del consumo, l’individualismo massificato e antisolidale di stampo americano. L’immaginario collettivo, già colonizzato da cinema e musica, viveva dei miti di consumo: il fast food, la seconda casa, la grande auto per tutti, le firme vistose sui vestiti e le mode importate dagli States.
L’Italia degli anni ‘80 creò la sua narrazione più potente: la moda. Da contadina analfabeta, passando per operaia volenterosa, la nazione diventa promotrice della cultura dell’eleganza. Milano è il centro di questa immagine patinata, sogno da diffondere attraverso le tv commerciali con donne scosciate che ammorbidivano l’attenzione degli spettatori per servire lo spot, figlio frenetico del carosello della tv di stato. Si viveva al di sopra delle possibilità reali, un tenore non realmente accessibile a tutti ma che molti potevano anche solo dissimulare.
Si mette a frutto la fortuna di tanti affaristi, attivi anche nel mattone, in finanza, banche e politica. Insieme al crollo dei blocchi USA-URSS si ruppero numerosi equilibri mondiali fra cui quei poteri in Italia portati in tribunale da Tangentopoli.
I mali non vennero guariti nemmeno stavolta. Nel ‘94 balzò sulla scena il guitto che caratterizzerà per quasi trent’anni la storia dello Stivale, il Cav. Silvio Berlusconi. Nato palazzinaro, reinventatosi brillante editore, imprenditore ad personam della cosa pubblica, arrivato ignominiosamente al fine carriera al grido di “bunga bunga”. La sua pesante eredità sul paese resta l’aver aperto il parlamento ai neofascisti che oggi si alimentano alla mammella autoritaria dell’internazionale nera, un fiume sotterraneo e maleodorante che scorre fra l’America MAGA e la Russia putiniana imbrattando tutto ciò che sta nel mezzo.
Ottant’anni di Repubblica fra glorie e squallide storie, fra un “povera patria” e le notti magiche dei mondiali. Per alcuni la forma repubblicana è un corpo vecchio a cui dare dei ritocchi estetici che, come spesso accade, fanno assumere sembianze grottesche. Ci hanno provato varie forze politiche con fortune alterne, seguendo inconsistenti disegni federalisti o la riprogettazione dell’architettura statale. Oggi si ripropone il presidenzialismo in diverse salse. Dopo anni di partiti personali ed esautorazione del Parlamento, vuol tornare al vertice l’uomo forte. O la donna….
E allora W l’Italia Repubblicana un po’ ammaccata, l’Italia che non si arrende ma che sa prendersi in giro, l’Italia esterofila ma “guai a toccare la pasta”, l’Italia della tradizione e della modernità, quella di chi non vuole più schierarsi e che aspetta chi risolva i problemi al posto suo.



