Curare tutti, davvero
- Aniss Moutmir

- 1 giorno fa
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Nursing transculturale, mediazione e diritto alla salute nell’Italia degli ottant’anni
Alle 21:00 di un mercoledì qualunque, con l’unità mobile ferma in una traversa di Campolongo, capisco ogni volta perché ho scelto questo lavoro. Fuori ci sono persone che non sanno come si prenota una visita, che non hanno un medico di base, che hanno imparato a diffidare delle istituzioni — non per cattiveria, ma per esperienza. Dentro ci siamo noi… Infermiere, mediatori e operatori. Con gli strumenti della sanità e la pazienza di chi sa che la fiducia non si prescrive.
Sono infermiere e mediatore culturale. Lavoro nel progetto DEMETRA dell’ASL Salerno, nella Piana del Sele. In quel doppio ruolo vivo ogni giorno la tensione tra ciò che l’articolo 32 della Costituzione promette — “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo” — e ciò che la realtà ancora fatica a garantire. Non dice “il cittadino”. Dice “l’individuo”. Chiunque esso sia.

DEMETRA e l’ASL Salerno: una sanità che si muove verso chi non riesce ad arrivare
Nella Piana del Sele vivono oltre 30.000 migranti: il 65% dei lavoratori agricoli della zona è costituito da stranieri, spesso invisibili ai servizi, senza un medico di base, senza una mappa dei diritti. Il Progetto DEMETRA — promosso dal Consorzio di cooperative sociali La Rada con la Regione Campania e l’ASL Salerno — risponde con tre ambulatori gratuiti nei poli socio-sanitari di Bellizzi, Capaccio Paestum e Santa Cecilia di Eboli — frazione ad altissima densità di popolazione migrante — e un’unità mobile che raggiunge borgate e campi dove altrimenti non arriverebbe nessuno. Uscite pomeridiane che a volte terminano a notte fatta, ma anche presenze nei luoghi di aggregazione della comunità: il tempio Sikh la domenica mattina, la moschea il venerdì. Perché la fiducia si costruisce dove le persone si sentono a casa.
DEMETRA non è un caso isolato: è parte di una scelta di sistema. L’ASL Salerno è partner del Piano Nazionale Equità nella Salute 2021–2027, con il supporto dell’INMP, nell’area “Contrastare la povertà sanitaria”: sette progetti provinciali, un secondo ambulatorio mobile polidiagnostico, enti del Terzo settore coinvolti nella co-progettazione. Non è più solo volontarismo del singolo operatore — è un’istituzione che ha deciso di muoversi verso chi non riesce ad arrivare.
Il mediatore culturale: chi traduce davvero
Tra le storie che porto con me ce n’è una che racconto raramente. Una madre, arrivata dal Marocco, ha perso un figlio per talassemia. Ha perso anche la fiducia nella sanità, logorata da anni di risposte insufficienti. Oggi sua figlia ha la stessa diagnosi. Lei, piano piano, sta imparando a fidarsi di nuovo — del nostro SSN, di noi, del percorso che stiamo costruendo insieme. Io e i miei colleghi la stiamo accompagnando. È un lavoro lento, fatto di presenza e ascolto prima ancora che di protocolli. Ma è esattamente quello che l’articolo 32 chiede.
I numeri confermano ciò che chi lavora sul campo già sa: tre infermieri su quattro riferiscono difficoltà comunicative con pazienti non madrelingua; più di tre quarti dei pazienti stranieri vorrebbero un mediatore culturale, ma solo uno su cinque ne ha mai usufruito. La barriera non è solo linguistica: è culturale. La malattia, il corpo, la cura — sono concetti che ogni cultura declina in modo diverso. Il mediatore non è un interprete: è un ponte tra mondi.
Io parlo arabo, e questo ha aperto molte porte sin dal primo giorno. Ma ho scelto di imparare anche qualche parola in hindi e in bengalese — non per necessità professionale, ma per avvicinarmi, per dire a chi ho davanti che il suo mondo mi interessa. Quel gesto cambia tutto: abbassa le difese, apre la conversazione, rende possibile la cura.
2 giugno: una ricorrenza da onorare ogni giorno
Nella mia tesi di Laurea in Infermieristica ho affrontato il Nursing Transculturale: la cura non può prescindere dalla cultura del paziente. Il Codice Deontologico degli Infermieri lo conferma — rispetto della persona senza distinzione di etnia, religione, condizione sociale. Non è una formalità: è un impegno che ci chiede di vedere chi è la persona davanti a noi, non solo quale malattia porta.
Festeggiare il 2 giugno, per chi fa il mio lavoro, significa chiedersi ogni giorno se quel diritto è reale o solo promesso. Spiegare a un bracciante che la sua tosse non va ignorata, che può curarsi, che ha il diritto di farlo. Stare accanto a una madre che ha deciso, finalmente, di riprovare a fidarsi.
Ho due mestieri, e in fondo sono uno solo: aiutare le persone a stare meglio, partendo da dove si trovano. La Repubblica mi ha dato gli strumenti — la formazione, il sistema sanitario, i diritti — e io cerco di usarli fino all’ultimo millimetro, anche dove la strada finisce e comincia il campo.
— Infermiere e Mediatore Culturale, Progetto DEMETRA – ASL Salerno



