Una voce da Nablus. Gente che non si lascia soffocare
- Lucy M. Pole

- 5 giorni fa
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Nei villaggi intorno al monte Salman Al-faresi nelle vicinanze di Nablus, importante città della Cisgiordania, la vita in campagna seguiva le stagioni dell’agricoltura mentre i coloni e i soldati israeliani, in quell’area, lasciava la gente in relativa pace, prima del 1982.

Poi con l’invasione israeliana del Libano e l’eccidio di Sabra e Shatila quando centinaia di palestinese furono uccisi, nel 1982, tutto cambiò. La coltivazione dei campi e degli uliveti e l’allevamento delle capre e bestiame divenne sempre più difficile, e poi, dopo il 7 ottobre 2023, anche sopravvivere è diventato una lotta quotidiana. Semplicemente a uscire da casa la mattina e andare a lavorare nei propri campi si rischia l’arresto, il carcere e spesso anche la vita.
Un gruppo Pro Palestina in Toscana, in una serata di raccolta fondi per i villaggi di Nablus, organizza un intervento in collegamento online e parla la coordinatrice del Centro per le Donne che opera in quella comunità agricola. La responsabile ci saluta e ringrazia calorosamente per l’opportunità di far sapere fuori dalla Palestina la verità di quello che sta succedendo. Con tono pacato, in un buon inglese, ci racconta delle vessazioni e della violenza che affrontano quotidianamente e ci spiega come fanno a resistere.

“I nostri villaggi si trovano accucciati intorno ai piedi del monte e una volta la gente dei villaggi usava riunirsi regolarmente sull’altopiano in cima al monte; per festeggiare un compleanno, un matrimonio, per le feste stagionali dell’agricoltura, per fare mercati all’aperto ed eventi sociali. Ci conoscevamo tutti e godevamo della protezione, della terra fertile e delle fonti d’acqua buona che il monte offriva.
Ora abbiamo perso tutto: hanno chiuso le strade con cancelli e recinzioni e distrutto le strutture che avevamo costruito. Con i posti di blocco che spuntano ovunque, con i gruppi di coloni e soldati armati, non possiamo più andare sul nostro monte.
Ogni giorno troviamo i bulldozer a demolire proprietà; nuovi muri e recinzioni e non ci fanno più passare nemmeno per andare a lavorare o tornare a casa. Siamo costretti a cercare altre vie, a volte molto più lunghe e difficili. Spostano le loro “linee gialle” senza preavviso, così ti puoi trovare in zona improvvisamente “proibita” senza saperlo. E se ti trovano, aprono il fuoco subito, anche su bambini. Poi dicono sempre che erano figure sospette infiltrate in zona militare.”
Ci racconta dei danni: degli alberi del frutteto tagliati, bruciati, sradicati; dei campi di ortaggi distrutti; i tubi per l’irrigazione tagliati e tanto duro lavoro andato in fumo.
“Vengono spesso in gruppo, i coloni armati, per minacciarci e mandarci via, anche nei campi mentre stiamo lavorando. Vedete, i sionisti vogliono la terra libera tutta per loro; non vogliono i palestinesi qua e ce lo dimostrano con ogni mezzo. La loro idea è di avere una grande Israele, e Palestina è solo il primo passo. Ma noi resistiamo.”

Il Centro per le Donne ha tre obiettivi: sostenere e aiutare le donne a guadagnare indipendenza economica e un senso di Empowerment; difendere la terra che i coloni rubano e aiutare i giovani ad imparare a coltivare ed amare la terra.
“Donne che hanno perso tutto - prosegue la relatrice - trovano sostegno psicologico e materiale al Centro. Imparano un mestiere dignitoso: il cucito, il ricamo, l’allevamento di capre e bestiame, chi tiene le api e chi fa l’agricoltura. Producono miele, latte, formaggio, olio d’uliva, tutto per nutrire le famiglie e anche da vendere. In questo modo ritrovano la loro dignità e la fiducia nelle proprie capacità.
È molto importante mantenere la motivazione e la speranza e ripartire con un progetto nuovo ogni volta che un progetto fallisce. Una donna aveva perso marito e figli a Gaza e con loro anche la voglia di vivere. L’abbiamo aiutata a fare un corso per diventare cuoca; è diventata brava e ora ha messo su una trattoria tutta sua.
Anche se i sionisti controllano tutto: dalle banche a tutto quello che entra ed esce, riusciamo sempre ad andare avanti. Abbiamo anche amici all’estero che ci aiutano e c’è collaborazione tra noi dei villaggi. Ogni volta che demoliscono le nostre case con il bulldozer, raccogliamo il materiale per ricostruire e ritorniamo. Ogni volta che distruggono gli ortaggi e i nostri ulivi, cerchiamo i semi e gli alberelli nuovi e ripartiamo.”
Israele non vuole assolutamente che si sappia nel mondo aperto quello che stanno facendo in Cisgiordania e le donne del Centro invitano con braccia aperte tutti volonterosi a venire a trovarle, a vedere e testimoniare la realtà. Che si sappia che i palestinesi non sono soli e indifesi, come i sionisti vorrebbero, ma hanno enorme sostegno sostanziale dall’estero.
Conclude la coordinatrice sottolineando una differenza cruciale:
“Attenzione perché sono i sionisti – ripeto, i sionisti - che vogliono il genocidio del nostro popolo per prendere tutto il territorio per sé. Questo è importante notare perché invece gli ebrei non sionisti, no. A Nablus convivono tutti insieme senza problemi, gli ebrei con i musulmani e i cristiani. È una comunità pacifica dove spesso gli ebrei usano il nostro linguaggio e tradizioni, e non ci sono mai stati problemi. Noi speriamo che un giorno tutti potremo vivere in armonia e pace come un solo popolo.”



