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Una voce da Nablus. Gente che non si lascia soffocare

Nei villaggi intorno al monte Salman Al-faresi nelle vicinanze di Nablus, importante città della Cisgiordania, la vita in campagna seguiva le stagioni dell’agricoltura mentre i coloni e i soldati israeliani, in quell’area, lasciava la gente in relativa pace, prima del 1982. 

Nablus - Aqadous, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Nablus - Aqadous, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Poi con l’invasione israeliana del Libano e l’eccidio di Sabra e Shatila quando centinaia di palestinese furono uccisi, nel 1982, tutto cambiò. La coltivazione dei campi e degli uliveti e l’allevamento delle capre e bestiame divenne sempre più difficile, e poi, dopo il 7 ottobre 2023, anche sopravvivere è diventato una lotta quotidiana. Semplicemente a uscire da casa la mattina e andare a lavorare nei propri campi si rischia l’arresto, il carcere e spesso anche la vita.

 

Un gruppo Pro Palestina in Toscana, in una serata di raccolta fondi per i villaggi di Nablus, organizza un intervento in collegamento online e parla la coordinatrice del Centro per le Donne che opera in quella comunità agricola. La responsabile ci saluta e ringrazia calorosamente per l’opportunità di far sapere fuori dalla Palestina la verità di quello che sta succedendo. Con tono pacato, in un buon inglese, ci racconta delle vessazioni e della violenza che affrontano quotidianamente e ci spiega come fanno a resistere.  


Willem van de Poll, CC0, via Wikimedia Commons
Willem van de Poll, CC0, via Wikimedia Commons

“I nostri villaggi si trovano accucciati intorno ai piedi del monte e una volta la gente dei villaggi usava riunirsi regolarmente sull’altopiano in cima al monte; per festeggiare un compleanno, un matrimonio, per le feste stagionali dell’agricoltura, per fare mercati all’aperto ed eventi sociali. Ci conoscevamo tutti e godevamo della protezione, della terra fertile e delle fonti d’acqua buona che il monte offriva.

 

Ora abbiamo perso tutto: hanno chiuso le strade con cancelli e recinzioni e distrutto le strutture che avevamo costruito. Con i posti di blocco che spuntano ovunque, con i gruppi di coloni e soldati armati, non possiamo più andare sul nostro monte.

 

Ogni giorno troviamo i bulldozer a demolire proprietà; nuovi muri e recinzioni e non ci fanno più passare nemmeno per andare a lavorare o tornare a casa. Siamo costretti a cercare altre vie, a volte molto più lunghe e difficili. Spostano le loro “linee gialle” senza preavviso, così ti puoi trovare in zona improvvisamente “proibita” senza saperlo. E se ti trovano, aprono il fuoco subito, anche su bambini. Poi dicono sempre che erano figure sospette infiltrate in zona militare.”

 

Ci racconta dei danni: degli alberi del frutteto tagliati, bruciati, sradicati; dei campi di ortaggi distrutti; i tubi per l’irrigazione tagliati e tanto duro lavoro andato in fumo.

 

“Vengono spesso in gruppo, i coloni armati, per minacciarci e mandarci via, anche nei campi mentre stiamo lavorando. Vedete, i sionisti vogliono la terra libera tutta per loro; non vogliono i palestinesi qua e ce lo dimostrano con ogni mezzo. La loro idea è di avere una grande Israele, e Palestina è solo il primo passo. Ma noi resistiamo.”

Guillaume Paumier, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
Guillaume Paumier, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

 

Il Centro per le Donne ha tre obiettivi: sostenere e aiutare le donne a guadagnare indipendenza economica e un senso di Empowerment; difendere la terra che i coloni rubano e aiutare i giovani ad imparare a coltivare ed amare la terra.

 

“Donne che hanno perso tutto - prosegue la relatrice - trovano sostegno psicologico e materiale al Centro. Imparano un mestiere dignitoso: il cucito, il ricamo, l’allevamento di capre e bestiame, chi tiene le api e chi fa l’agricoltura. Producono miele, latte, formaggio, olio d’uliva, tutto per nutrire le famiglie e anche da vendere. In questo modo ritrovano la loro dignità e la fiducia nelle proprie capacità.

 

È molto importante mantenere la motivazione e la speranza e ripartire con un progetto nuovo ogni volta che un progetto fallisce. Una donna aveva perso marito e figli a Gaza e con loro anche la voglia di vivere. L’abbiamo aiutata a fare un corso per diventare cuoca; è diventata brava e ora ha messo su una trattoria tutta sua.

 

Anche se i sionisti controllano tutto: dalle banche a tutto quello che entra ed esce, riusciamo sempre ad andare avanti. Abbiamo anche amici all’estero che ci aiutano e c’è collaborazione tra noi dei villaggi. Ogni volta che demoliscono le nostre case con il bulldozer, raccogliamo il materiale per ricostruire e ritorniamo. Ogni volta che distruggono gli ortaggi e i nostri ulivi, cerchiamo i semi e gli alberelli nuovi e ripartiamo.”

 

Israele non vuole assolutamente che si sappia nel mondo aperto quello che stanno facendo in Cisgiordania e le donne del Centro invitano con braccia aperte tutti volonterosi a venire a trovarle, a vedere e testimoniare la realtà. Che si sappia che i palestinesi non sono soli e indifesi, come i sionisti vorrebbero, ma hanno enorme sostegno sostanziale dall’estero.

 

Conclude la coordinatrice sottolineando una differenza cruciale:

 

“Attenzione perché sono i sionisti – ripeto, i sionisti - che vogliono il genocidio del nostro popolo per prendere tutto il territorio per sé. Questo è importante notare perché invece gli ebrei non sionisti, no. A Nablus convivono tutti insieme senza problemi, gli ebrei con i musulmani e i cristiani. È una comunità pacifica dove spesso gli ebrei usano il nostro linguaggio e tradizioni, e non ci sono mai stati problemi. Noi speriamo che un giorno tutti potremo vivere in armonia e pace come un solo popolo.”

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