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Rogoredo: da eroe della destra ad esecutore

La vicenda dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, nel gennaio 2026 presso il boschetto di Rogoredo, non è solo un caso di cronaca nera: è il ritratto di un naufragio politico e comunicativo. Quello che era stato inizialmente venduto all'opinione pubblica come un atto eroico di legittima difesa si è rivelato, sotto la lente della Procura di Milano, un brutale omicidio volontario maturato in un contesto di estorsione e corruzione.

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Moxmarco, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Tutto ha inizio il pomeriggio del 26 gennaio, quando l'assistente capo Carmelo Cinturrino esplode un colpo alla testa di Mansouri, ventottenne marocchino. La prima versione è da manuale della propaganda: "il pusher ha puntato la pistola, l'agente ha reagito". Un racconto rilanciato con fierezza dai vertici del governo. Matteo Salvini si erge a scudo dell'agente: "Un poliziotto si difende, il balordo muore", definendo "odioso" il fascicolo aperto per omicidio. Giorgia Meloni rincara la dose, parlando di un presunto "doppiopesismo" della magistratura, colpevole di essere dura con le divise e morbida con gli attivisti.


In questa fase, l'attacco al PM Giovanni Tarzia e al Procuratore Marcello Viola non è un evento isolato, ma un modus operandi sistemico. La magistratura viene dipinta come un covo di inquisitori ideologizzati che "processano la divisa". Questo assedio mediatico si inserisce strategicamente nel clima di tensione verso il referendum sulla giustizia, dove la delegittimazione dell'ordine giudiziario serve a perorare la causa di riforme come lo "scudo penale" per le forze dell'ordine. L'obiettivo era chiaro: creare una zona franca normativa dove l'adempimento del dovere coincidesse con l'impunità assoluta.


Ma la "verità di strada" della politica è stata spazzata via dalla verità scientifica. La genetista Denise Albani ha isolato il DNA di Cinturrino su una pistola a salve "piazzata" accanto al cadavere, sulla quale non v'era traccia della vittima. La perizia balistica ha poi confermato che Mansouri è stato colpito da 20 metri mentre scappava, con un cellulare in mano e non un'arma.


Ancora più inquietante è il "Sistema Mecenate" emerso dai verbali: Cinturrino, soprannominato "Thor", esigeva un "pizzo" (soldi e droga) dagli spacciatori. Mansouri è stato giustiziato perché voleva denunciare quel ricatto. Di fronte a questo scenario di estorsione mafiosa travestita da servizio, il governo ha operato un brusco pivot comunicativo: da "eroe da difendere" a "mela marcia" che "ha tradito l'Italia". Un tentativo tardivo di salvare l'istituzione Polizia dopo averne cavalcato politicamente l'abuso.


Il caso Rogoredo non può non richiamare alla mente la tragedia di Ramy Elgaml, il diciannovenne morto a Milano durante un inseguimento con le forze dell'ordine. In entrambi i casi, emerge la medesima frizione tra la narrazione immediata delle autorità e la richiesta di verità forense che sale dalla società civile e dalle periferie. Sono episodi che evidenziano una gestione dell'ordine pubblico che, se priva di controlli rigorosi, rischia di scivolare verso l'arbitrio.


La vicenda Cinturrino dimostra che la propaganda è un pessimo scudo per la legalità. Per evitare che simili zone d'ombra si ripetano, diventa imprescindibile l'introduzione di bodycam e numeri identificativi per le forze dell'ordine. Questi strumenti non sono una punizione per chi indossa la divisa, ma la loro più grande tutela. Una bodycam avrebbe impedito a Cinturrino di inscenare un falso conflitto a fuoco e, parallelamente, avrebbe protetto un agente onesto da accuse infondate. La trasparenza è l'unico baluardo dello Stato di Diritto: i cittadini hanno il diritto di sapere che chi porta un'arma agisce nel perimetro della legge, e i poliziotti onesti hanno il diritto di non essere confusi con i corrotti e i criminali che utilizzano lo Stato come copertura per i propri traffici.

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