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Rider: il volto nuovo del caporalato urbano

Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha chiamato o digitato per prenotare la propria cena, stando comodamente seduti in poltrona. Ma ci siamo mai chiesti davvero quanto vale lo sforzo del “rider” che mi permette di cenare senza muovermi di casa? Pedalano per ore, sotto la pioggia, nel traffico, legati ad un algoritmo che decide tempi e percorrenza. I rider sono diventati il simbolo di un nuovo e più subdolo sfruttamento, che purtroppo resta invisibile agli occhi della società. Qualcuno però non è rimasto a guardare, anzi ha indagato e ha scoperchiato un mondo fatto di precarietà e privazione di ogni forma di tutela. 

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Glovo_Rider_-_Ronda_de_Atocha_-_Madrid_01.jpg
Javier Perez Montes, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

È notizia dell’altro giorno che la procura di Milano sta indagando sulla società Glovo, colosso spagnolo del food delivery: l’accusa è di caporalato. Dunque una nuova forma di sfruttamento, lontana dai campi e dal sole cocente, ma con le stesse dinamiche: disperazione, bisogno urgente di lavorare, speculazione. I fattorini sono costretti a lavorare seguendo un algoritmo che detta loro i tempi e gli itinerari di consegna, senza possibilità di pausa e con un compenso pari ad € 2,50 all’ordine. Inoltre il rider non ha un contratto di lavoro dipendente; costretto ad aprirsi una partita iva è considerato un lavoratore autonomo a tutti gli effetti, con ovvie conseguenze: nessuna tutela per quanto riguarda ferie e malattie, oltre a svolgere le consegne con mezzi propri.

 

Il vaso di pandora scoperchiato ha fatto venire fuori davvero una brutta realtà: il progresso tecnologico, la digitalizzazione del mondo del lavoro e del tempo libero, di fatto hanno prodotto un nuovo strumento di sfruttamento che offende la dignità delle persone, approfittando della loro condizione di vulnerabilità. I malcapitati non sono solo stranieri, anche italiani che hanno perso il lavoro e non sono più appetibili per il “mercato”.

 

La procura ha evidenziato come la paga percepita dai rider non consentiva loro di vivere una vita dignitosa, in quanto assolutamente al di sotto della soglia di povertà. Compenso che veniva decurtato in caso di ritardo nelle consegne.

 

Ma qual è la reazione dei sindacati al riguardo? Cosa si propone per fermare questa nuova forma di caporalato digitale? Molte sigle sindacali, già da anni, sottolineano l’urgenza di definire la posizione lavorativa dei rider, che non può essere equiparata a quella di un lavoratore autonomo. Insomma è necessario da parte delle istituzioni un serio intervento per garantire tutela e dignità a questi lavoratori. Restituire loro diritti, voce e tutele non è semplicemente un gesto di generosità, bensì quel minimo necessario per poter definire “lavoro” ciò che oggi assomiglia ad una corsa senza casco!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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