Quando la conoscenza non basta
- Barbaro Antonio Pontoriero

- 7 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Da Epitaph a Dante, anatomia di una coscienza che non si salva
Tra modernità liquida e perdita di senso, il problema non è più l’ignoranza. È una lucidità che non conduce da nessuna parte.

Non abbiamo mai saputo così tanto, e non siamo mai stati così disorientati. Non è una provocazione, ma una constatazione. Quando nel 1969 i King Crimson pubblicano Epitaph, non stanno anticipando il futuro: stanno riconoscendo una frattura già in atto. La frase che attraversa il brano, “Confusion will be my epitaph”, non è un’immagine poetica, ma una diagnosi. Non descrive un mondo semplicemente caotico, bensì una coscienza che ha perso la capacità di orientarsi dentro il caos.
Il punto decisivo non è la mancanza di informazioni, ma l’assenza di struttura. Quando Greg Lake canta “Knowledge is a deadly friend when no one sets the rules”, non condanna la conoscenza in sé, ma la conoscenza senza gerarchia, senza guida, senza un criterio che la renda abitabile. In questo senso, il collegamento con Zygmunt Bauman non è una forzatura, ma va inteso correttamente: non si tratta di profezia, bensì di convergenza. Bauman descrive ciò che Epitaph esprime emotivamente: la dissoluzione delle forme stabili, la trasformazione delle verità in opinioni, dei valori in preferenze, delle identità in flussi. Non abbiamo meno sapere; ne abbiamo troppo, ma privo di direzione. E questo eccesso non produce libertà, bensì instabilità.
Qui emerge un limite che raramente viene riconosciuto. La tentazione, di fronte a questa condizione, è fermarsi alla diagnosi, dire che il mondo è confuso e sentirsi, per questo, lucidi. Ma Epitaph non è solo lucidità: è una resa. Non accusa, non propone, non apre vie. Constata, e si arresta. Ed è proprio questo il suo punto più radicale e, insieme, più inquietante: mostra che capire non basta. Consapevolezza non è trasformazione, analisi non è azione, sapere non è direzione.
In questo senso, la canzone intercetta una forma moderna di accidia. Non l’inerzia evidente, ma una paralisi più sottile: quella della coscienza che vede tutto, collega tutto, comprende tutto, e proprio per questo non si muove più. È un eccesso di lucidità che sostituisce il cammino.
Se si vuole cercare un controcampo a questa condizione, lo si trova nella Divina Commedia. Anche qui il punto di partenza è identico: smarrimento, perdita della via, oscurità. Ma nel momento in cui Dante scrive “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, la crisi non è un esito, bensì un inizio. Nel Purgatorio, la confusione non viene negata, ma ordinata; il dolore non viene eliminato, ma trasformato in lavoro; il tempo non è bloccato, ma diventa possibilità. La conoscenza, soprattutto, non viene abbandonata: viene guidata.
La differenza tra Epitaph e Dante non è semplicemente culturale o storica. È antropologica. Nel primo caso abbiamo una coscienza senza via, nel secondo una coscienza che costruisce un percorso. Una descrive, l’altra struttura; una vede la frattura, l’altra la attraversa. E qui si impone una verità scomoda: l’uomo non si salva capendo, ma orientando ciò che capisce.
Se togliamo ogni retorica, la nostra condizione contemporanea appare allora in modo più netto. Viviamo dentro Epitaph, ma parliamo come se fossimo già nel Purgatorio. Analizziamo tutto, comprendiamo tutto, ma raramente costruiamo qualcosa. Abbiamo sostituito il cammino con la consapevolezza e scambiato la lucidità per profondità.
Il problema, dunque, non è la mancanza di conoscenza. È il fatto che non sappiamo più cosa farne. E finché resteremo in questa condizione, continueremo a capire tutto senza riuscire a cambiare nulla.



