Nel tempo della rabbia: la fede come scuola di umanità
- Carolina Pannullo

- 20 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Negli ultimi tempi la cronaca ci ha abituati ad episodi sempre più violenti, soprattutto da parte di adolescenti e giovanissimi, alcuni dall’esito mortale, che lasciano sgomenti. L’ultimo in ordine di tempo è di venerdì 16 gennaio, in un liceo di La Spezia un diciottenne ha accoltellato mortalmente un coetaneo per futili motivi di gelosia. Anche le scuole, che dovrebbero essere posti sicuri e accoglienti, diventano luoghi di scontro e di violenza. Allora è il caso di interrogarci, perché molto spesso dietro questi gesti non ci sono solo “ragazzi cattivi”, ma un malessere profondo, solitudine, assenza di valori e di punti di riferimento, e soprattutto incapacità di gestire emozioni.

La società sembra aver smarrito la bussola, anche gli educatori sembrano non avere più gli strumenti per riuscire ad educare alla responsabilità, al rispetto, alla cura dell’altro. Ma di chi è la colpa? Oramai il mondo sembra andare in un’unica direzione, quella dell’immediatezza, del tutto e subito, dell’apparenza, dell’assenza di valori e in questo vuoto che si infila la violenza. A questo punto potremmo chiederci se la fede, quando non è ridotta a moralismo o ritualità, può diventare una risorsa per attuare un cambio di passo. Non perché risolva i problemi, ma perché può offrire un’esperienza diversa: una comunità accogliente, una narrazione alternativa alla cultura della violenza che restituisca valore alla vita, un cammino che educa al rispetto e alla responsabilità. La fede insegna che l’altro non è un nemico da distruggere, ma un volto da incontrare, che la diversità è una ricchezza e soprattutto un’occasione di crescita reciproca. La fede può offrire ai ragazzi testimonianze e esempi concreti attraverso centri di ascolto, parrocchie, oratori. È un tempo in cui domina la rabbia, l’individualismo, una società che non concede il tempo di maturare, di affezionarsi, di prendersi una “pausa di riflessione”, tutto corre veloce. I ragazzi sembrano aver perso ogni riferimento, ogni speranza verso il genere umano, una generazione senza speranza e senza futuro. Ma quali responsabilità ha la società?
I giovani di certo non hanno bisogno di sermoni, ma di adulti che sappiano essere a loro volta dei punti di riferimento, che sappiano credere in loro. Hanno bisogno di comunità che li accompagnino, di parole di speranza che aprano strade. E la fede, quando è viva può accendere loro i cuori. Anche l’avvento tecnologico sembra aver messo la nuova generazione nella condizione di aver fiducia nella tecnologia, ma non nell’altro. Le aule assomigliano ad ambienti di co-working, dove gli studenti sembrano condividere solo uno spazio fisico, ma fuori da quello ognuno ritorna nella propria isola. È il caso, allora, di fermarci per riflettere su come fare alleanza tra le varie agenzie educative e trovare il modo giusto per parlare ai giovani di oggi, perché non sono persi ma in attesa di “senso”.





