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Nel tempo della rabbia: la fede come scuola di umanità

Negli ultimi tempi la cronaca ci ha abituati ad episodi sempre più violenti, soprattutto da parte di adolescenti e giovanissimi, alcuni dall’esito mortale, che lasciano sgomenti. L’ultimo in ordine di tempo è di venerdì 16 gennaio, in un liceo di La Spezia un diciottenne ha accoltellato mortalmente un coetaneo per futili motivi di gelosia. Anche le scuole, che dovrebbero essere posti sicuri e accoglienti, diventano luoghi di scontro e di violenza. Allora è il caso di interrogarci, perché molto spesso dietro questi gesti non ci sono solo “ragazzi cattivi”, ma un malessere profondo, solitudine, assenza di valori e di punti di riferimento, e soprattutto incapacità di gestire emozioni. 

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La società sembra aver smarrito la bussola, anche gli educatori sembrano non avere più gli strumenti per riuscire ad educare alla responsabilità, al rispetto, alla cura dell’altro. Ma di chi è la colpa? Oramai il mondo sembra andare in un’unica direzione, quella dell’immediatezza, del tutto e subito, dell’apparenza, dell’assenza di valori e in questo vuoto che si infila la violenza. A questo punto potremmo chiederci se la fede, quando non è ridotta a moralismo o ritualità, può diventare una risorsa per attuare un cambio di passo. Non perché risolva i problemi, ma perché può offrire un’esperienza diversa: una comunità accogliente, una narrazione alternativa alla cultura della violenza che restituisca valore alla vita, un cammino che educa al rispetto e alla responsabilità. La fede insegna che l’altro non è un nemico da distruggere, ma un volto da incontrare, che la diversità è una ricchezza e soprattutto un’occasione di crescita reciproca. La fede può offrire ai ragazzi testimonianze e esempi concreti attraverso centri di ascolto, parrocchie, oratori. È un tempo in cui domina la rabbia, l’individualismo, una società che non concede il tempo di maturare, di affezionarsi, di prendersi una “pausa di riflessione”, tutto corre veloce. I ragazzi sembrano aver perso ogni riferimento, ogni speranza verso il genere umano, una generazione senza speranza e senza futuro. Ma quali responsabilità ha la società?

 

I giovani di certo non hanno bisogno di sermoni, ma di adulti che sappiano essere a loro volta dei punti di riferimento, che sappiano credere in loro. Hanno bisogno di comunità che li accompagnino, di parole di speranza che aprano strade. E la fede, quando è viva può accendere loro i cuori. Anche l’avvento tecnologico sembra aver messo la nuova generazione nella condizione di aver fiducia nella tecnologia, ma non nell’altro. Le aule assomigliano ad ambienti di co-working, dove gli studenti sembrano condividere solo uno spazio fisico, ma fuori da quello ognuno ritorna nella propria isola. È il caso, allora, di fermarci per riflettere su come fare alleanza tra le varie agenzie educative e trovare il modo giusto per parlare ai giovani di oggi, perché non sono persi ma in attesa di “senso”.

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