La nostra Resistenza: donne, memoria e lotta contro le nuove forme di fascismo
- Cristina Scarfia

- 10 ott
- Tempo di lettura: 4 min
Vi chiederete cosa c’entri l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (ANPI) con la lotta alla violenza di genere. Ebbene, c’entra e, per spiegarlo, partirò dalla Resistenza al fascismo. Un regime maschilista, suprematista, sessista, razzista e violento, con la donna “angelo del focolare”, "regina della casa” e del bordello: classica dicotomia Eva-Maria.

Le donne hanno combattuto il fascismo nelle case in cui erano relegate; nei luoghi di lavoro, organizzando sabotaggi; in bicicletta, trasportando viveri e informazioni per i partigiani; e in montagna, imbracciando fucili.
I numeri parlano chiaro: 35 mila partigiane combattenti; circa 5 mila arrestate e torturate; quasi 3 mila cadute in combattimento o fucilate e oltre 2 mila deportate. Dopo la guerra, alle donne solo 16 medaglie d’oro al valore e 17 d’argento.
Una partecipazione di massa, eppure quasi invisibile, tanto nella narrazione ufficiale quanto nei riconoscimenti ufficiali. Questo, a ben guardare, è un prototipo di violenza di genere: rimuovere il contributo delle donne, anche quando quel contributo è stato letteralmente fondamentale.
Il 2 giugno 1946 all’Assemblea costituente furono elette 21 donne su 556. Rappresentavano il 4% del totale, ma furono capaci di incidere profondamente nella Costituzione, soprattutto con la scrittura dell’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza non solo formale ma sostanziale. Teresa Mattei, la più giovane, volle che l’espressione “senza distinzione di sesso” fosse scritta nero su bianco, contro l’opinione di tantǝ, che la giudicavano superflua.

Quelle donne avevano conosciuto il fascismo e avevano vissuto la guerra. Per loro era fondamentale mettere in sicurezza la pace, come precondizione per poter costruire una società giusta, libera, senza sopraffazione e violenza. Questa è la loro grande eredità storica e culturale. Eppure, qualcosa è andato storto, altrimenti non saremmo qui a discutere di violenza di genere.
Nel rapporto tra sessi, la subcultura fascista della prevaricazione, dell’appropriazione del corpo, della violenza fisica e psicologica sembra essere un’infezione difficile da debellare: presente nelle nostre case, apparentemente rassicuranti, come nei luoghi di lavoro, formalmente meritocratici.
La violenza parte da questo: negando valore, peso, autorevolezza e finanche le desinenze all’individualità femminile. Il passo successivo, logico, è legittimare la sopraffazione e l’abuso. Un’infezione che infesta il linguaggio pubblico e dei media, che giustifica e trasforma la violenza verbale e psicologica in violenza fisica: ormai una vera e propria emergenza. Un’infezione che ha contagiato anche le donne, soprattutto quelle al comando che, per esempio, pretendono di farsi chiamare al maschile, così facendosi interpreti militanti della negazione di valore femminile.
Stiamo assistendo ad una inedita quanto inquietante stagione di “blonde-girl power”: donne che spingono per la guerra, che solidarizzano con stupratori, assassini e genocidi; donne che tagliano sussidi e servizi alle donne e che mettono in discussione i diritti conquistati dalle donne. La violenza di genere viene, purtroppo, anche dal nostro genere.
La Resistenza e le lotte delle donne a partire dal dopoguerra ci insegnano che occorre lottare unite per pesare di più, perché la prima che cede e che si concede alla subcultura dominante si trasforma in valanga contro tutte. Per farlo efficacemente, occorre mettere in fila i punti, avere la visione di insieme e inquadrare le lotte e le rivendicazioni femminili in un contesto più ampio, altrimenti la lotta è solo testimonianza.
Oggi la nostra Resistenza è difendere la Costituzione, opporci ad ogni restringimento del perimetro di qualsiasi diritto, non soltanto contro il monopolio delle desinenze al maschile, perché l’infezione si propaga in un’ambiente favorevole.
L’ANPI è al fianco di chi combatte questa infezione alla radice. Lo fa difendendo e presidiando la Costituzione, nata dalla Resistenza al fascismo e per questo soggetta ad attacchi e troppo spesso inapplicata, soprattutto nel suo articolo 3. Lo fa partecipando a tutte le piattaforme e le iniziative contro la violenza di genere; battendosi per il diritto ad un lavoro tutelato ed equamente retribuito, per il diritto alla salute, alla cura, allo sciopero e all’istruzione, perché la negazione di questi diritti è l’anticamera del fascismo, è la sua giustificazione culturale. E il fascismo non è mai un buon affare per le donne.

Oggi lo fa battendosi per la libertà della Palestina, per le donne di Gaza. Donne che vedono i propri figli uccisi, le proprie case distrutte, i propri corpi usati come campo di battaglia da un disegno criminale di stampo fascista-suprematista. Donne che, pur immerse nell’orrore, trovano ancora la forza di denunciare, di testimoniare, di resistere.
La voce di quelle donne deve essere la nostra voce, la voce che tiene viva la memoria, che spezza il silenzio, che anima la protesta.
Stop al genocidio, Palestina libera!





