Leggere Simone Weil oggi
- Elisabetta Palladino

- 2 ott
- Tempo di lettura: 3 min
Nel saggio del 1983 Critica della ragion cinica, il filosofo Peter Sloterdijk sostiene che il cinismo antico possiede una caratteristica unica, che gli permette di differenziarsi dalla sua versione, degenerata, della modernità. Se, infatti, parlare oggi di cinismo significa fare riferimento a un atteggiamento passivo e disilluso che il soggetto adotta nei confronti della realtà, il cinismo delle origini si configura invece come una pratica attiva di vita, un «impulso di individui risoluti a mantenersi pienamente razionali e vitali contro i contorcimenti e le semiragionevolezze della società» (p. 146).

Esempio di questo slancio vitale è sicuramente uno dei fondatori della Scuola Cinica, Diogene di Sinope. Egli è protagonista di svariati aneddoti, che lo ritraggono come un uomo assai bizzarro, sprezzante del potere e delle convenzioni. Per capirci: Diogene è quel filosofo che viene spesso raffigurato in una botte. Si racconta, infatti, che avesse scelto di abitare all’interno di un mastello poiché il sapiente deve essere in grado di adattarsi ad ogni situazione, rifiutando i beni materiali e ricercando il piacere nella comunione con la natura. È quello che Sloterdijk chiama “rifiuto della sovrastruttura”.
Nella storia recente, a differenza di ciò che accadeva nel mondo antico, sono pochi i filosofi che hanno inteso la loro attività come una vera e propria pratica di vita. Esiste, però, un’intellettuale, ancora poco studiata in ambito accademico, la cui vita ha determinato il suo pensiero (e viceversa) e che incarna alla perfezione lo spirito del cinismo delle origini. Si tratta di Simone Weil: filosofa, letterata e mistica, definita da Albert Camus, che ne divulgò l’opera, l’“unico grande spirito del nostro tempo”.
Effettivamente, Weil può essere intesa come una novella Diogene. Nonostante provenisse da una famiglia dell’alta borghesia francese, viveva con poco, rifiutava gli ornamenti. Rifiuto che in alcuni casi diveniva estremo. Quando, dopo l’occupazione nazista della Francia, lei e la sua famiglia fuggirono da Parigi, rifugiandosi prima negli Stati Uniti e, poi, in Inghilterra, Weil smise di mangiare. Non riusciva infatti ad accettare che, mentre lei aveva a disposizione un’infinità di cibo, i suoi connazionali patissero la fame. Cercava di restare il più lontano possibile dalle classificazioni (politiche, decise infatti di non iscriversi mai a un partito, pur essendo vicina all’idee socialiste, e religiose, perché, dopo essersi convertita al cristianesimo, evitò di prendere parte alla dimensione terrena e “istituzionale” della spiritualità, rappresentata dalla Chiesa). Soprattutto, desiderava cambiare le cose. Si arruolò nell’esercito repubblicano durante la guerra civile spagnola, pur essendo minuta e cagionevole. Era una rivoluzionaria nel senso più completo del termine. A questo proposito, sono utili le parole della sua amica Albertine Thévenon: «Si diventa rivoluzionari prima di tutto con il cuore. In Simone, questo stato d’animo si innalzava al livello di un principio rigoroso».
Per comprendere davvero questa figura così eclettica si deve approfondire l’esperienza che più la segnò, quella in fabbrica. Simone Weil, insegnante di filosofia laureata alla Sorbonne, lavorò dal 1934 al 1935 come fresatrice in tre diverse fabbriche. L'attività politica all’interno del movimento sindacale non le bastava più, sentiva il bisogno di toccare con mano la miseria umana, di provare sulla sua pelle cosa volesse dire essere un operaio nella Francia degli anni ‘30. Le lettere scritte in questo periodo, edite postume e pubblicate nel volume La condizione operaia, raccontano di una realtà infernale, che impressiona profondamente Weil. Scriverà infatti a Thévenon: «Questa esperienza [...] ha mutato in me non questa o quella delle mie idee, ma infinitamente di più, tutta la prospettiva delle cose, il senso stesso che ho della vita» (p. 12).
La disamina che Weil fa del lavoro in fabbrica colpisce per la sua lucidità e la sua crudeltà. È un lavoro disumanizzante, che trasforma gli esseri umani in oggetti e che, soprattutto, richiede velocità. Su quest’ultimo aspetto bisogna concentrarsi. La velocità è nemica del pensiero. Pensare vuol dire, secondo Weil, “andare più piano” e in fabbrica questo non è possibile. Le sue parole risuonano ancora oggi come un monito: «L’uomo ha bisogno di un caldo silenzio, gli si dà un gelido tumulto» (La persona e il sacro, p. 25).
Perché allora leggere oggi Simone Weil? Cosa si può imparare dalla breve e anomala esistenza di questa pensatrice francese? La necessità di recuperare i suoi testi risiede proprio nell’unicità della sua esperienza e della sua anima. Un’anima capace di soffrire all’unisono con l’intera umanità degli oppressi, degli ultimi e dei diseredati. Che non significa speculare idealisticamente su un mondo migliore, ma trasformare questa sofferenza in azioni concrete: perché la realtà della vita non è la sensazione, ma l’attività.





