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Parole dell’anno: tra fiducia e slop

Ogni anno scegliamo una parola per raccontare quello che siamo stati. Ma le parole dell’anno non sono fotografie neutrali della realtà. Non si limitano a registrare ciò che accade: selezionano, ordinano, suggeriscono una lettura possibile del presente. In questo senso, sono meno uno specchio e funzionano più come un atto discorsivo istituzionale.

 

Per il 2025, la Treccani ha scelto fiducia. Nello stesso periodo, alcuni grandi dizionari internazionali hanno puntato su parole come rage bait, parasocial e slop. Da una parte un valore astratto, rassicurante. Dall’altra termini che nominano meccanismi tossici del discorso contemporaneo.

 

Non è solo una differenza lessicale: è una differenza di sguardo sul linguaggio e, forse, sul modo in cui interpretiamo il presente.

Immagine AI generata da canva
Immagine AI generata da canva

 

Fiducia: una parola che non disturba

 

Secondo la Treccani, fiducia sintetizza il bisogno di sicurezza e affidabilità in un contesto segnato da incertezze, conflitti e instabilità. È una parola antica, nobile, stratificata: rimanda alla fides latina, alle relazioni, ai legami, al patto implicito tra individui e tra cittadini e istituzioni.

 

Dal punto di vista linguistico, però, fiducia ha una caratteristica interessante: è un nome astratto, relazionale, ma privo di agenti. Non dice chi debba fidarsi di chi, né perché, né sulla base di quali azioni concrete. È una parola che funziona benissimo senza verbi, senza soggetti, senza responsabilità grammaticalmente assegnate.

 

In altre parole: fiducia è una parola che non polemizza. Non accusa, non chiama in causa, non crea attrito. Non indica colpevoli né processi. È una parola che invita a un sentimento condivisibile da chiunque, proprio perché non costringe nessuno a sentirsi direttamente interpellato.

 

In un paese come l’Italia, dove il discorso politico tende spesso a non dire per non esporsi — a sostituire l’enunciazione con la perifrasi, l’assunzione di responsabilità con formule elastiche — la scelta di una parola così neutra ha una sua coerenza. Fiducia si inserisce bene in una tradizione discorsiva che preferisce l’indeterminatezza all’attrito, il non detto alla presa di posizione, e che affida alle parole il compito di non lasciare tracce troppo precise.

 

Fiducia non divide, non espone, non indispettisce. È una parola che tiene aperto il campo dell’interpretazione, e chiuso quello della contestazione.

 

Rage bait: quando la rabbia è progettata

 

Il salto con rage bait, parola dell’anno scelta da Oxford dictionary, è immediato. Qui non siamo più nel campo dei valori, ma delle tecniche. L’espressione, letteralmente “esca per la rabbia”, nomina contenuti creati appositamente per provocare reazioni emotive forti — soprattutto indignazione — e alimentare interazioni, visibilità, traffico.

 

Dal punto di vista semantico, la metafora è trasparente e tutt’altro che neutra: c’è un’esca, qualcuno che la lancia e qualcuno che abbocca. L’utente non è un soggetto sovrano che “si arrabbia”, ma una preda inserita in un meccanismo. La parola incorpora l’intenzionalità: la rabbia non è accidentale, è progettata.

 

A differenza di fiducia, rage bait non consola e non rassicura. Fa l’opposto: smaschera una dinamica del discorso pubblico digitale e la rende dicibile. Non invita a credere, ma a diffidare — soprattutto delle emozioni che proviamo online.

 

Parasocial: relazioni che sembrano, ma non sono

 

Ancora più interessante, in questo confronto, è parasocial, parola dell’anno per il Cambridge Dictionary. Il termine indica relazioni unidirezionali con personaggi pubblici, politici, influencer, creator: relazioni che somigliano a rapporti personali, ma non lo sono.

 

Dal punto di vista linguistico, il prefisso para- è rivelatore: segnala prossimità e opposizione insieme. È una parola che introduce una distanza critica proprio lì dove il discorso quotidiano tende a cancellarla. Non rassicura, non edulcora: mette un’etichetta su un’illusione relazionale che i media digitali rendono strutturale.

 

In altre parole, parasocial è una parola che problematizza. Non offre un valore in cui riconoscersi, ma una lente con cui osservare una dinamica sempre più diffusa.

 

Slop: quando il linguaggio diventa scarto

 

Slop, del Merrian-Webster, è forse la parola più brutale del gruppo. Indica una massa informe di contenuti di scarsa qualità, spesso generati dall’intelligenza artificiale, che invade lo spazio online. È una parola sonora, poco elegante, quasi vischiosa. E non a caso: porta con sé un giudizio di valore incorporato.

 

Dal punto di vista linguistico, slop non parla solo di tecnologia, ma di saturazione discorsiva. Non è una parola su cosa diciamo, ma su quanto e come produciamo linguaggio. Nomina un eccesso che perde senso, una proliferazione che trasforma il discorso in rumore.

 

In questo senso, il problema non è l’AI in sé, ma l’ecosistema linguistico in cui siamo immersi: iperproduttivo, accelerato, spesso indifferente alla qualità.

 

Parole che rassicurano, parole che smascherano


Messe una accanto all’altra, queste parole raccontano due modi diversi di stare nel linguaggio. Fiducia è una parola che non assegna colpe, non indica agenti, non crea attrito: ci fa sentire al sicuro. Rage bait, parasocial e slop, al contrario, ci mostrano di cosa ci fidiamo… e rivelano che spesso quella fiducia è ingannevole. Nomina meccanismi, espone asimmetrie, rende visibili derive comunicative: parole che, in un certo senso, sono l’opposto di fiducia.

 

Senza bisogno di giudicare, si può osservare una differenza di atteggiamento: in Italia scegliamo una parola che rassicura e non polemizza, altrove emergono parole che accettano di disturbare il discorso, anche a costo di risultare scomode.


Forse le parole dell’anno non ci dicono solo in che mondo viviamo, ma anche quanto possiamo essere illusi dal linguaggio stesso, e quale tipo di rapporto vogliamo avere con esso: se lasciarci cullare dalla rassicurazione o imparare a leggere le illusioni che ci circondano.

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