“L'apicoltore di Aleppo” e quella parte dell'immigrazione di cui ci dimentichiamo
- Lidia Bonomi

- 23 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Ormai l'immigrazione è diventata uno strumento politico, un "fenomeno sociale", un concetto da manipolare per strategie elettorali o internazionali. Ci siamo dimenticati che dietro a quel fenomeno ci sono persone. Esseri umani esattamente come noi, con gli stessi bisogni, le stesse paure e gli stessi sogni. Forse è proprio questo che succede quando smettiamo di raccontare le storie e iniziamo a parlare solo di numeri.

È proprio questo che ci ricorda L'apicoltore di Aleppo. Restituisce un volto a ciò che troppo spesso riduciamo a una statistica o a un titolo di giornale. Ci costringe a guardare quella parte fragile dell'immigrazione di cui ci dimentichiamo facilmente quando sentiamo frasi come: «Arrivano con il cellulare ultimo modello e poi chiedono aiuto.»
Nuri e Afra lasciano la Siria quando davvero non possono più restare, quando rimanere significa morire. Attraverso il loro viaggio viviamo ogni perdita, ogni trauma e ogni piccolo sogno a cui continuano ostinatamente ad aggrapparsi. Tra tutti, quello di raggiungere il Regno Unito e ritrovare Mustafa, il cugino di Nuri e l'uomo che gli ha insegnato l'arte dell'apicoltura. Più che un cugino, una guida, quasi un padre. Ritrovarlo significa sperare che una parte della vita di prima esista ancora e che, da quella, sia possibile ricominciare.
Christy Lefteri racconta con una delicatezza straordinaria il disturbo post-traumatico e il modo in cui il dolore si insinua nelle persone, fino a cambiare il loro modo di vedere il mondo, a volte letteralmente. Nuri e Afra finiscono quasi per smarrirsi completamente dopo la morte del figlio e tutto ciò che sono costretti a vivere. Eppure continuano a scegliersi. A cercarsi anche quando sembrano irriconoscibili l'uno agli occhi dell'altra. È per questo che, oltre a essere un romanzo sulla guerra e sull'esilio, L'apicoltore di Aleppo è anche una storia d'amore incredibilmente commovente.
Le api sono forse il personaggio più silenzioso del romanzo. Simbolo di perseveranza, adattabilità e collaborazione, non fanno semplicemente da sfondo alla storia: la attraversano dall'inizio alla fine e sembrano ricordarci che nessun essere vivente può sopravvivere completamente da solo. Nelle descrizioni degli alveari di Aleppo siamo trasportati in un mondo caldo, luminoso e profumato, quasi un paradiso perduto. Nelle email di Mustafa leggiamo la sua sorpresa nel constatare che le api inglesi sono diverse: hanno imparato ad adattarsi a un clima più freddo e imprevedibile. Proprio come dovranno fare Nuri e Afra.
Ma c'è un momento che mi è rimasto impresso più di tutti. Quando Nuri e Afra si trovano finalmente sulla costa meridionale dell'Inghilterra, in attesa che venga esaminata la loro richiesta d'asilo, Hazim, "il marocchino", uno degli altri rifugiati del centro di accoglienza e che si prende cura di una piccola ape nata senza un'ala. Le prepara un rifugio, le porta dei fiori e le dedica attenzioni che, a prima vista, potrebbero sembrare inutili. Dopo aver ascoltato i racconti di Nuri sulle api, quel gesto diventa invece il simbolo della solidarietà tra persone che hanno attraversato lo stesso dolore. L'ape non tornerà mai a essere come le altre, proprio come Nuri e Afra non potranno cancellare ciò che hanno vissuto. Ma questo non significa che la sua vita abbia meno valore. E l'entusiasmo di Hazim ci ricorda che un trauma cambia per sempre una persona, ma non le impedisce di continuare a sperare, ricominciare ad amare, aiutare gli altri e costruire una nuova vita.
Anche il modo in cui vengono descritti gli operatori umanitari e la comunità internazionale mi ha colpito molto. A tratti sembrano quasi freddi, distaccati, perfino impersonali. Ma credo sia una scelta voluta. Quando ogni giorno incontri persone che hanno perso tutto, forse mettere una distanza diventa l'unico modo per continuare ad aiutare senza crollare insieme a loro. Dietro quella professionalità, sia in Grecia sia nel Regno Unito, si intravede comunque una profonda umanità e la volontà di aiutare, pur dovendosi muovere tra procedure e burocrazia. Lefteri ci mostra una società che fa del suo meglio per tendere una mano anche se, inevitabilmente, rischia di trasformare il dolore in una procedura, una persona in un fascicolo, una storia in un numero.
Questo libro dovrebbe essere letto da tutti. Non perché cambi necessariamente le idee politiche di chi lo legge. Ma perché ci obbliga a fare qualcosa che oggi sembra sempre più difficile: guardare negli occhi le persone prima di generalizzare, conoscere le loro storie prima di giudicarle. Prima di essere migranti, rifugiati o richiedenti asilo, Nuri e Afra sono un marito e una moglie. Sono due genitori che hanno perso un figlio. Sono due esseri umani che cercano disperatamente un luogo in cui ricominciare.
È proprio questo che la letteratura sa fare meglio di qualunque altro mezzo: ci permette di abitare, anche solo per la durata di un romanzo, la vita di qualcun altro. Ci costringe a sentire quello che altrimenti resteremmo liberi di ignorare.
Quando chiudiamo il libro, non vediamo più una massa indistinta che attraversa il mare. Vediamo Nuri. Vediamo Afra. E capiamo che, proprio come quella piccola ape nata senza un'ala, una vita non vale meno perché è stata spezzata. Vale esattamente come tutte le altre.



