Il viaggio di San Francesco che sfidò la logica delle Crociate
Gli slanci ideali finiscono spesso male. Ce lo insegna la storia, a partire dai massacri della cosiddetta “crociata dei pezzenti”, dove l’ingenuità si pagò a caro prezzo. Eppure ogni tanto il destino prende un’altra piega. È il caso dell'avventura di Francesco d’Assisi in Terra Santa: un viaggio affrontato senza armi e senza scorta, sorretto unicamente dalla forza delle proprie convinzioni.
Nell’estate del 1219, mentre l’assedio di Damietta infiammava il Delta del Nilo e gli eserciti della Quinta Crociata affilavano le lame, un uomo in saio rattoppato scelse una via impensabile: camminare dritto verso il campo nemico per spezzare il cerchio dell'odio. Francesco attraversò la terra di nessuno senza pretese di conquista, spinto dal solo desiderio di parlare.
Dall’altra parte non trovò il mostro spietato descritto dalla propaganda dell'epoca, ma Malik al-Kamil, Sultano d’Egitto e nipote del Saladino. Al-Kamil era un sovrano colto e raffinato, appassionato di astronomia e poesia, avvezzo alle sottigliezze della diplomazia orientale. La scena era quasi paradossale: da un lato il monarca più potente del Medio Oriente islamico, dall’altro un frate scalzo arrivato a piedi dall'Umbria.
Questo incontro non appartiene al mito, ma alla storia documentata. La conferma arriva da una fonte diretta: le lettere inviate nel 1220 da Giacomo da Vitry, vescovo di Acri presente a Damietta. Nelle sue epistole, il prelato racconta con stupore la comparsa di Francesco tra i Saraceni e la reazione del Sultano, che lo ascoltò con rispetto per diversi giorni prima di congedarlo incolume.
Non ci fu nemmeno alcuno scontro teologico aggressivo. Tommaso da Celano, nella sua Vita prima (1229), sottolinea come il frate rifiutò con fermezza qualsiasi dono o ricchezza offerta da al-Kamil, colpendolo per la sua totale assenza di avidità. Tracce di questo confronto si ritrovano persino sul fronte musulmano: l’epitaffio sulla tomba di Fakhr ad-Din al-Farisi, giurista e consigliere del Sultano, ricorda i dialoghi del maestro con un asceta cristiano durante i giorni dell'assedio.
Solo decenni più tardi San Bonaventura da Bagnoregio, nella Legenda Maior (1263), introdurrà il celebre episodio della "prova del fuoco", raccontando di una sfida lanciata da Francesco ai dotti islamici. Si tratta però di un elemento agiografico aggiunto a posteriori: la storiografia preferisce concentrarsi sulla concretezza del dialogo reale avvenuto in quella tenda.

Un’esperienza che segnò Francesco per sempre. Una volta rientrato in Italia, inserì nella Regola non bollata del 1221 (al capitolo XVI) un'indicazione inaudita per l'Europa del XIII secolo: ai frati in terra d'Islam suggerì di testimoniare la propria fede vivendo semplicemente «sottomessi a ogni creatura ed evitando liti o dispute», lasciando che fosse l'esempio pacifico a parlare prima delle parole.
In un periodo in cui si conosceva soltanto la grammatica della spada, Francesco e al-Kamil dimostrarono che sedersi ad ascoltarsi non era un'illusione, ma un atto possibile, oltre che profondamente umano.




