Il ritorno del sessismo da cartellone
- Dario Codelupi

- 14 ott
- Tempo di lettura: 5 min
La proposta arriva dal senatore Lucio Malan (Fratelli d’Italia) e suona come un paradosso: eliminare i divieti contro le pubblicità considerate “sessiste” per tutelare la libertà d’espressione. In altre parole, riammettere nelle nostre città quei cartelloni che negli ultimi anni erano stati banditi perché offensivi o discriminatori.
Una notizia che rivela un segnale culturale ben preciso: il tentativo, da parte della destra radicale e centrista, di riappropriarsi di un linguaggio che per decenni ha consolidato ruoli e gerarchie, soprattutto di genere. Un linguaggio che la società civile e la ricerca linguistica hanno lentamente smontato, parola dopo parola, immagine dopo immagine.

Il caso e le reazioni
Secondo quanto riportato da La Stampa e altre testate giornaliste, l’8 ottobre 2025, il senatore Malan avrebbe proposto di abrogare le norme che vietano cartelloni pubblicitari dal contenuto sessista o discriminatorio, sostenendo che si tratti di una forma di censura e che la pubblicità deve poter essere libera di esprimere la creatività.
Una posizione che ha scatenato la reazione immediata delle opposizioni. Il Partito Democratico e Alleanza Verdi–Sinistra hanno parlato di un passo indietro di decenni, mentre le associazioni femministe denunciano il rischio di legittimare nuovamente la mercificazione del corpo femminile oltre che delegittimare parte del lavoro svolto nell’educazione linguistica e comunicativa di questi anni.
Sui social la discussione si è infiammata. Da una parte chi invoca la libertà artistica e la fine del politicamente corretto; dall’altra chi teme un ritorno a immagini che riducono le donne a corpi da esposizione e che ignorano la sensibilità maturata negli ultimi anni sul linguaggio visivo e verbale.
Perché alla destra conviene il linguaggio sessista
Dietro la polemica linguistica si nasconde una strategia più profonda: riportare nella sfera pubblica parole e immagini sessiste o omofobe significa, simbolicamente, riaffermare un ordine gerarchico.
Il linguaggio, come ricordano linguisti e sociologi, è uno strumento di potere: chi decide come si parla, decide anche chi ha voce. Tornare a un linguaggio discriminatorio consente di rafforzare l’idea di un’identità tradizionale, naturale, contrapposta a quella fluida, paritaria, inclusiva che si è fatta strada nel dibattito contemporaneo.
C’è poi un vantaggio politico, evocare la libertà di espressione come valore assoluto serve a costruire consenso tra chi percepisce le battaglie per l’inclusività come una minaccia o inutili. È la stessa logica che ha accompagnato, in passato, le polemiche contro lo schwa, contro il linguaggio neutro o contro le linee guida di genere nella pubblica amministrazione.
In realtà, non si tratta di libertà, ma di potere. Riabilitare immagini e slogan sessisti significa riconcedere visibilità a stereotipi che la cultura aveva faticosamente confinato ai margini. È un modo per riaprire lo spazio dell’offesa e presentarlo come spazio del dibattito.
Un passo indietro linguistico e comunicativo
La pubblicità, come ogni forma di comunicazione pubblica, non è neutra. Le immagini e le parole modellano l’immaginario collettivo, influenzano la percezione sociale dei ruoli e del valore delle persone. Reintrodurre messaggi sessisti non significa solo mancare di rispetto: significa invertire il corso di un’evoluzione linguistica e culturale.
Negli ultimi anni, la sensibilità verso il linguaggio è cresciuta enormemente. La scuola, i media, le istituzioni – spesso con lentezza ma con consapevolezza – hanno iniziato a interrogarsi sulle parole che usano, sui titoli dei giornali, sui nomi delle professioni, sulle immagini pubblicitarie. Ogni piccolo cambiamento linguistico è stato anche un atto politico e frutto di battaglie e scontri duri.
Tornare indietro significherebbe negare questa maturazione collettiva. Significherebbe dire che certe immagini vanno bene, che il corpo di una donna su un cofano d’auto è solo marketing, che la sensibilità contemporanea è un eccesso moralista.
Eppure, la storia della lingua ci insegna che non esiste libertà senza responsabilità comunicativa. Le parole non sono mai innocenti.
L’opposizione e la società civile
Le reazioni parlamentari e sociali contro la proposta di Malan mostrano che la società civile non è più disposta ad accettare un linguaggio violento o discriminatorio come normale.
Numerose associazioni – dal collettivo Non una di meno ai centri antiviolenza – hanno ricordato che la rappresentazione sessista è la base simbolica della disuguaglianza reale. Se le donne sono ancora pagate meno e aggredite di più, e anche perché vengono raccontate e mostrate come oggetti, ha scritto Se non ora, quando? in un comunicato.
Persino alcune amministrazioni locali, come quella toscana, hanno negli ultimi anni introdotto normative contro la pubblicità offensiva. La legge La dignità prima di tutto – ancora in discussione – nasce proprio per contrastare la mercificazione del corpo nelle campagne promozionali.
In questo contesto, l’idea di liberalizzare i messaggi sessisti appare non solo inopportuna, ma anacronistica.
Il valore del linguaggio inclusivo
Il dibattito, tuttavia, non si limita ai cartelloni. Riguarda la nostra idea di società e di cittadinanza linguistica.
La sociolinguista Vera Gheno, in più interventi e nel suo saggio Le ragioni del dubbio (Einaudi, 2021), sostiene che parlare di linguaggio inclusivo non significa inventare una neolingua, ma allargare lo spazio della rappresentazione. Non si tratta di imporre nuove parole, ma di interrogare quelle che usiamo ogni giorno per capire chi lasciano fuori.
Sulla stessa linea, Michela Murgia ha più volte ricordato che la parità di genere passa anche dalle parole. Nel libro Stai zitta (Einaudi, 2021), denunciava le frasi quotidiane che costruiscono una gerarchia tra uomini e donne, e invitava a considerare il linguaggio come un luogo politico. Murgia è stata tra le prime a introdurre lo schwa come simbolo di un discorso che vuole abbracciare chi non si riconosce nel maschile universale.
Giornalisti e scrittori come Loredana Lipperini, Chiara Tagliaferri, Roberto Saviano e la stessa Gheno hanno ribadito che la battaglia per una lingua ampia non è una questione estetica, ma etica: riguarda la possibilità, per ciascuno, di essere nominato, di esistere nel discorso pubblico.
La posta in gioco
La proposta di Malan, più che una misura di marketing, è una prova di forza ideologica. Riaprire le porte alla pubblicità sessista equivale a dire che il linguaggio può tornare a essere terreno di dominio, e non di riconoscimento.
Difendere il linguaggio inclusivo – nelle parole e nelle immagini – non significa censurare, ma proteggere la dignità di tutti. Significa riconoscere che il modo in cui comunichiamo costruisce la società che abitiamo. Come scriveva Michela Murgia: Le parole sono come le case: se non ci stai dentro bene, è perché qualcun altro le ha costruite per sé. Ecco perché difendere un linguaggio equo non è una battaglia di élite, ma una questione di democrazia.





