Il "Modello Albania" era un bluff. E ora anche Tirana lo ammette.
- Davide Inneguale

- 2 giorni fa
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Ci sono fallimenti che si consumano in silenzio, e fallimenti che vengono certificati pubblicamente, con tanto di data e firma. Quello dei centri per migranti in Albania appartiene alla seconda categoria. Il 12 maggio 2026, il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha detto ad alta voce quello che molti sapevano già: l'accordo non verrà rinnovato. Quando l'Albania entrerà nell'Unione Europea, entro il 2030, quei centri perderanno la loro ragion d'essere giuridica. Fine della storia. Fine dell'esperimento.
Ma la vera domanda non è cosa succederà nel 2030. È cosa è successo fino ad oggi, e perché nessuno nel governo italiano abbia mai avuto il coraggio di fare i conti con la realtà. Il Protocollo Italia-Albania è stato venduto agli italiani come una soluzione strutturale, moderna, esportabile. Giorgia Meloni lo ha definito un accordo «storico per tutta l'Unione Europea». La presidente della Commissione europea von der Leyen ha parlato di «pensiero innovativo». In realtà, si trattava di una costosa operazione di immagine, costruita su basi giuridiche fragilissime e su numeri che avrebbero dovuto far vergognare chiunque li avesse approvati. I fatti parlano da soli: i centri di Gjadër e Shëngjin, progettati per accogliere fino a tremila persone, ne hanno accolte meno di seicento in oltre un anno di operatività. Meno di seicento. A fronte di un costo per le casse pubbliche italiane di 653 milioni di euro, una cifra che da sola dovrebbe bastare a chiudere qualsiasi dibattito sulla convenienza dell'operazione. Centinaia di milioni di euro pubblici spesi per strutture che hanno girato, nella migliore delle ipotesi, al venti per cento della loro capacità. Un dato che in qualsiasi altro contesto avrebbe scatenato commissioni parlamentari d'inchiesta e richieste di dimissioni.
A bloccare il sistema non è stata la sfortuna, ma la realtà giuridica che il governo aveva scelto deliberatamente di ignorare. I tribunali italiani hanno contestato più volte la legittimità dei trattenimenti, rilevando incompatibilità con il diritto europeo e con le garanzie fondamentali dei richiedenti asilo. Il braccio di ferro tra esecutivo e magistratura, trasformato dalla destra in uno scontro ideologico tra "governo del popolo" e "toghe politicizzate", ha nei fatti paralizzato l'intero meccanismo per mesi. Non è un complotto giudiziario: sono le conseguenze prevedibili di un accordo costruito aggirando le norme invece di rispettarle.
E ora arriva Hoxha, con la sua dichiarazione chirurgica, a ricordare all'Italia che anche il partner albanese ha i propri interessi e il proprio futuro europeo a cui pensare. Il premier Rama prova a correggere il tiro con qualche post sui social, ribadendo che l'accordo «è qui per restare». Ma la dissonanza tra le due voci di Tirana dice tutto: l'Albania sta già guardando oltre, verso Bruxelles, e il protocollo con Roma è sempre più un peso diplomatico da gestire, non un asset da rivendicare.
Il governo Meloni, invece di prendere atto del fallimento, annuncia un nuovo rilancio per giugno, aggrappandosi all'entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo come a una ancora di salvezza. Una scommessa tardiva, su un modello già compromesso, con un partner che ha appena comunicato l'intenzione di uscirne. Difficile immaginare una definizione più precisa di scatola vuota.




