Il caso Garlasco e la seconda vittimizzazione di Chiara Poggi
- Daniela Loffredo

- 11 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Quando la stampa ricerca una “giustificazione” del delitto nella vita della vittima, e il rispetto per la dignità della persona finisce in secondo piano.

A distanza di quasi vent'anni, e con la recente riapertura del caso, torna alla ribalta la narrazione che vede Chiara la protagonista principale di questo giallo ricco di colpi di scena che è il caso Garlasco. Come se fosse un romanzo di Sandrone Dazieri o Donato Carrisi, le maggiori testate guadagnano con articoli “acchiappa click”, in base a chi ha più dettagli scabrosi sulla vita della vittima.
La “vittimizzazione secondaria” avviene quando la vittima di un reato viene sottoposta a ulteriori traumi da parte delle istituzioni o, come in questo caso, dai media. Nel caso Garlasco, i giornalisti hanno spesso superato il confine tra cronaca e pettegolezzo morboso, scavando furiosamente nel passato della vittima alla ricerca di un "lato oscuro" che potesse giustificare l'orrore. Sono stati analizzati i suoi diari, le sue preferenze sessuali, le amicizie e persino il contenuto del suo computer, con titoli che suggerivano l'esistenza di "segreti inconfessabili".
Questa narrazione sposta sottilmente la colpa: se la vittima aveva dei segreti, allora forse non era così "innocente". È il meccanismo perverso del victim blaming, dove la reputazione della donna viene messa al rogo per alimentare lo share. Ed è lo schema che, purtroppo, si ripete ogni volta che in Italia una donna viene ammazzata. Il motivo? La permanenza di una mentalità di tipo patriarcale che l’uomo coraggioso, logico, intraprendente, dominante e la donna una creatura remissiva, vulnerabile, emotiva e poco equilibrata. Questa narrazione tossica non è solo un vizio della stampa, ma un limite culturale che ha portato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a condannare l’Italia per aver utilizzato un linguaggio colpevolizzante e stereotipato nell’ambito di procedimenti per violenza di genere, sottolineando come il soffermarsi su dettagli irrilevanti della vita privata della vittima costituisca una violazione del diritto al rispetto della vita privata e della dignità umana. Il victim blaming è una vera e propria forma di violenza, e come tale, va fermata.



