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Guillaume Faye letto da sinistra: l’archeofuturismo come sintomo e come trappola

2 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Articolo a cura di M. Agostini

Jacques Camatte aveva già detto l’essenziale: quanto più si combatte il capitale restando al suo interno, tanto più esso si rafforza. La comunità materiale del capitale ha metabolizzato le forme della ribellione e le ha rese funzionali alla propria riproduzione. È con questa chiave che conviene avvicinarsi a Guillaume Faye, figura scomoda e spesso ridotta a slogan dai suoi nemici e dai suoi ammiratori.

 

Guillaume Faye, nato il 7 novembre 1949 ad Angoulême, è un giornalista e scrittore francese di estrema destra - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Guillaume_Faye_par_Claude_Truong-Ngoc_f%C3%A9vrier_2015.jpg
Guillaume Faye, nato il 7 novembre 1949 ad Angoulême, è un giornalista e scrittore francese di estrema destra - Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons - cc-by-sa-3.0, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Faye è stato, tra il 1970 e il 1986, uno dei teorici più brillanti del GRECE, il laboratorio della Nouvelle Droite francese. Accanto ad Alain de Benoist ha elaborato una critica metapolitica della modernità egalitaria, dell’americanismo e del liberalismo. Poi è stato emarginato. Le divergenze non erano di dettaglio. De Benoist privilegiava una linea culturale, relativista, “etnopluralista”, ancora capace di dialogare con ambienti della sinistra anti-imperialista e anti-americana. Faye, invece, spingeva verso una radicalità identitaria più esplicita, centrata sulla questione demografica, sull’immigrazione come colonizzazione e sulla necessità di un’Europa etnicamente coesa. Quando nel 1998 pubblica L’Archéofuturisme, il distacco è ormai completo. De Benoist giudicherà “fortemente razzista” il successivo La Colonisation de l’Europe.

 

L’archeofuturismo non è un semplice ritorno al passato. È la pretesa di superare la modernità proprio mentre se ne appropria della potenza tecnica. Faye rifiuta tanto il tradizionalismo sterile quanto il modernismo progressista. Propone una sintesi: valori arcaici (gerarchia, identità, differenziazione, spiritualità non cristiana) e tecnoscienza avanzata. Una società a due velocità dopo la “convergenza delle catastrofi”: un’élite ipertecnologica e masse restituite a forme di vita più elementari. Il XXI secolo, scrive, sarà quello in cui la civilizzazione europea o attraverserà una metamorfosi o si dissolverà. Non si tratta di conservare. Si tratta di preparare il dopo-collasso.

 

Da sinistra questa costruzione appare immediatamente come ciò che è: una risposta reazionaria alla crisi del soggetto proletario e alla fine delle grandi narrazioni emancipatrici. Faye prende atto, a modo suo, di ciò che Camatte aveva diagnosticato già negli anni Settanta: la scomparsa della comunità umana di fronte alla comunità del capitale, l’addomesticamento del proletariato, l’impossibilità di una rivoluzione che non sia già prefigurata e neutralizzata. Ma dove Camatte cerca di pensare una fuoriuscita dalla logica stessa dello sviluppo e della valorizzazione, Faye restituisce la crisi alla forma della guerra identitaria e della selezione. Il nemico non è più il capitale come rapporto sociale, ma l’Altro etnico e religioso, in particolare l’Islam, e l’eguaglianza come principio dissolvente.

 

È qui che si misura l’ambiguità del rapporto della sinistra con queste idee. La Nouvelle Droite ha sempre giocato sulla metapolitica gramsciana: conquistare le menti prima delle istituzioni. Alcuni ambienti della sinistra radicale e della teoria critica hanno a lungo sottovalutato o, peggio, flirtato con le sue critiche all’americanismo, al mercato e all’universalismo astratto. La rivista americana Telos, di matrice francofortese e poi post-marxista, ha pubblicato testi della Nouvelle Droite. L’anti-liberalismo di de Benoist poteva sembrare, a tratti, contiguo a certe posizioni della sinistra anti-globalizzazione. L’archeofuturismo di Faye, più grezzo e più esplicito, ha reso più difficile questa ambiguità. Eppure qualcosa resta. L’accelerazionismo di destra ha attinto a Faye e a Nick Land; quello di sinistra (Srnicek, Williams, in parte Fisher) ha cercato di riappropriarsi della tecnica senza l’identitarismo. Ma la fascinazione per la catastrofe come occasione, per la “fine del mondo” come orizzonte più pensabile della fine del capitalismo, è un terreno comune e pericoloso.

 

Camatte offre lo strumento critico più netto. Se l’umanità è già stata integrata nella comunità materiale del capitale, ogni progetto che proponga una nuova comunità basata sul sangue, sul suolo o sulla gerarchia “naturale” non fa che riprodurre, sotto altra maschera, la stessa logica di esclusione e di dominio. L’archeofuturismo non spezza il processo di valorizzazione: lo orienta verso una forma autoritaria e duale, in cui la tecnoscienza rimane al servizio di un’élite e le masse vengono ricondotte a una condizione di subordinazione naturalizzata. Non è un fuori dal capitale. È una delle sue possibili forme post-democratiche.

 

La sinistra che ha preso sul serio Faye non per celebrarlo, ma per capire ha riconosciuto due cose. Prima: le critiche di Faye al multiculturalismo liberal e alla debolezza delle sinistre istituzionali colpiscono punti reali di vulnerabilità. Seconda: la risposta che egli offre è una fuga in avanti identitaria che chiude ogni possibilità di solidarietà di classe e di ricomposizione del soggetto sfruttato oltre le linee etniche. L’interazione con l’archeofuturismo, quando non è stata semplice denigrazione, ha rivelato la difficoltà della sinistra a pensare il rapporto tra tecnica, identità e collasso ecologico-sociale senza cadere nelle trappole del progressismo ingenuo o del regressismo etnico.

 

Faye muore nel 2019. Le sue idee continuano a circolare negli ambienti identitari europei e nordamericani, spesso in versioni semplificate e memetiche. La sinistra che vuole restare all’altezza del problema non può limitarsi a etichettarle. Deve mostrare, con Camatte e oltre Camatte, che ogni tentativo di ricostruire una comunità sulla base dell’esclusione e della gerarchia “arcaica” resta interno alla logica che pretende di combattere. L’impossibilità della ribellione non si supera inventando un nemico razziale. Si supera, se ancora è possibile, solo spezzando la comunità materiale del capitale. Tutto il resto è, ancora una volta, spettacolo di potenza senza potenza.

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