Franco Battiato. Il lungo Viaggio
- Rita Salomone

- 3 ore fa
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Dopo un breve passaggio nei cinema, andrà in onda a marzo su Rai 1 il film dedicato all'artista siciliano.

Partiamo del presupposto che condensare la figura di Battiato nella sua totalità artistica e umana in un film di due ore è impresa impossibile, e di fatto quindi risulta un’operazione non esaustiva. Molte critiche, infatti, sono state avanzate all’opera di Renato De Maria, proprio in questo senso, per l’eccessiva semplificazione e l’approccio “istituzionale” tipico dei film per la TV. Tuttavia, il lavoro rende giustizia ad un personaggio complesso, poliedrico, eccentrico, grazie innanzitutto all’interpretazione dell’attore palermitano Dario Aita, che regala un ritratto di altissimo livello trasformandosi in maniera impressionante nel maestro in tutte le sue sfumature, senza cadere nell’imitazione: dagli sguardi alle movenze, riesce ad esprimere l’umanità di Battiato, facendo anche trapelare l’ironia che lo contraddistingueva. La grandezza di Battiato risiede sicuramente nelle tantissime sfaccettature che probabilmente hanno da sempre abitato nell’anima dell’artista ma che si sono poi sviluppate in momenti precisi della vita dell’artista denotando delle ere discografiche ben definite.
La necessità di dividere la vita di Battiato in fasi creative sempre nuove e a volte quasi scollegate fra di loro da una parte evidenzia la grandezza artistica e la complessità del cantautore siciliano, ma d’altra parte evidenzia anche la limitatezza del genere biopic o forse più in generale l’eccessiva semplificazione che si effettua nel raggruppare eventi all’interno di categorie storico-temporali dovendo necessariamente immaginare dei paletti di inizio e fine; senza considerare che le varie anime di Battiato (divise in maniera abbastanza precisa e tutto sommato fedeli alla produzione discografica di Battiato) che hanno sempre fatto parte della sua personalità.
Un merito del film risiede sicuramente nella capacità (supportata dall’interpretazione profonda di Aita) di mostrare le piccole contraddizioni personali rafforzando - non solo per gli occhiali da sole - il carisma e il fantomatico mistero del grande artista; ne sono un esempio: il rapporto viscerale con la madre e le amiche da una parte e alla difficoltà di interfacciarsi in maniera completa all’altro sesso; la sicilianità dalla quale ha fuggito sin da bambino ma con la quale fa comunque sempre i conti (a volte splendidamente come in “Stranizza d’amuri” accennata alla chitarra alla visita di leva). Ma soprattutto si evidenzia nel film (sempre nell’ottica di un’apparante ambiguità risolta però in maniera incredibilmente naturale come solo davvero pochi artisti riescono a fare) quel percorso che porta Battiato dall’intellettualismo ingenuo degli inizi fino alla realizzazione della canzone pop perfetta e fintamente scanzonata, come evidenzia Giuni Russo parlando in un momento di serena intimità con lo stesso Battiato in merito della malinconia che si celava dietro “Un’estate al mare”.
Altra splendida idea del film è il pulsare musicale delle note de “La Cura”, che stazionano in sottofondo come una sorta di battito durante tutto il film fino ad esplodere nella parte finale (scusate gli spoiler) quasi a voler dimostrare (e qui forse sta il raccordo tra film e realtà di Battiato) che il fine ultimo del maestro è stato quello di creare una canzone e quindi un terreno artistico dove unire musica popolare e musica divina, le nostre fragilità contemporanee e il sogno di superare lo spazio e la luce per non far(ci) invecchiare. Che alla fine “La cura” sia stata scritta proprio per proteggere noi suoi ascoltatori?
In conclusione, la sfida era di quelle ardite: portare la grandezza di Battiato sullo schermo. Ne viene fuori un ritratto, seppur non completo nel raccontare la sua immensa carriera artistica, molto onesto e rispettoso, che restituisce allo spettatore la ricchezza artistica e umana del cantautore, e il merito va in larga parte a Dario Aita, che ci regala un’interpretazione di altissimo livello.




